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La polemica: gli inglesi vogliono che la loro “millenaria” tradizione sia protetta dall’UNESCO

Identità quotidiana, ironia nazionale e pratiche alimentari condivise.

Gli inglesi non ci stanno e dalle colonne del Times invocano un riconoscimento UNESCO per la propria tradizione culinaria, dimostrando di non aver compreso bene il significato delle parole enunciate dall’ente. Il giornale britannico cita singoli piatti che avrebbero una storia millenaria dimenticando che il punto focale del “premio” dato al Bel Paese è per ciò che il cibo rappresenta per gli italiani, non certo per la lasagna o i canederli (a tal proposito, anche gli altoatesini si stanno lamentando dicendo che i canederli non sono italiani). Un vespaio di polemiche, inaspettato ma neanche così tanto, scatenato da una tutela culturale. L’Europa è davvero un posto molto strambo.

La cucina inglese merita un riconoscimento?

Quando una cucina nazionale viene riconosciuta come patrimonio culturale immateriale dell’umanità dall’UNESCO, non si celebrano solo i piatti, ma un sistema di pratiche sociali, rituali quotidiani e saperi condivisi. Alla luce del recente riconoscimento della cucina italiana, la tradizione gastronomica britannica si interroga sul proprio valore culturale e sulla possibilità di essere riletta oltre i consueti stereotipi. Giles Coren dice addirittura che l’UNESCO si sia fatta «raggirare, riconoscendo alla cucina italiana uno status culturale speciale quando la migliore del mondo è qui da noi». “Parole dure, parole dure di un uomo molto strano” direbbe il “collega” Kent Brockman, e non finisce qui l’invettiva sul Times: «La cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità era prevedibile, servile, ottuso e irritante. Da quando scrivo di ristoranti combatto contro la presunta supremazia del cibo italiano. Perché è un mito, un miraggio, una bugia alimentata da inglesi dell’alta borghesia, mangiatori di fiori di loto con palati da bambini viziati, che all’inizio degli anni Novanta trasferirono le loro residenze estive in Toscana, dopo che il successo volgare di Un anno in Provenza di Peter Mayle aveva reso il sud della Francia plebeo. Jamie Oliver, Nigella Lawson, Antonio Carluccio e il River Café hanno perpetuato questa favola romantica. – continua – I supermercati si sono riempiti di pomodori secchi, pesto in barattolo, gnocchi sottovuoto, salami, biscotti, panettoni. Tutti hanno comprato una macchina per la pasta, usata una volta, mai lavata e poi abbandonata nell’armadio sotto le scale, dove giace tuttora». E tutto questo sembra più un problema degli inglesi che degli italiani.

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Proviamo però a essere superiori, abbandonarci le polemiche alle spalle e fare una riflessione sullo stato dell’arte in Gran Bretagna. La domanda se la cucina inglese possa meritare un riconoscimento come patrimonio culturale immateriale dell’UNESCO nasce da una reazione esagerata ma fortunatamente parte della critica britannica ha scelto di rispondere non con risentimento, ma con un esercizio di autoanalisi culturale. Quotidiani come il Telegraph hanno rilanciato il dibattito giocando consapevolmente con il cliché del British food come sinonimo di semplicità estrema, talvolta di goffaggine, con piatti non sempre gustosissimi ma anche di autenticità popolare.

Per comprendere il senso di questa provocazione, è necessario chiarire cosa significhi davvero essere patrimonio UNESCO: una tutela di pratiche vive, trasmesse nel tempo, che costruiscono identità, coesione sociale e senso di appartenenza. È esattamente su questo terreno che la cucina inglese tenta di rientrare nel discorso.

La tradizione gastronomica britannica è storicamente legata alla quotidianità più che alla celebrazione. Pub, chips shop, mense operaie, stadi, cucine domestiche: sono questi i luoghi dove il cibo ha costruito relazioni e abitudini. Piatti come le pickled eggs, le uova sode conservate nell’aceto e consumate al bancone di un pub sono un rito più che come esperienza gastronomica straordinaria (anzi, se proprio dobbiamo dirla tutta…); non sono ricette pensate per stupire, ma per accompagnare la socialità.

Lo stesso vale per molte preparazioni citate con apparente leggerezza dalla stampa britannica. Il deep-fried jam sandwich, reso popolare da Delia Smith (una delle più importanti chef televisive del Regno Unito) è l’espressione di una cultura della frittura che attraversa classi sociali e territori. Allo stadio, durante la partita, il cibo diventa parte integrante dell’esperienza collettiva, un’estensione del rito sportivo. È in questo intreccio tra cibo e vita sociale che si colloca il valore culturale rivendicato.

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Un altro elemento centrale è la capacità della cucina inglese di assorbire e trasformare influenze esterne. Il kebab pie è emblematico: una forma tradizionale britannica, la torta salata, riempita con un contenuto che racconta migrazioni, contaminazioni, colonialismo e convivenze culturali. La tradizione non viene difesa come immutabile, ma come organismo vivo, capace di adattarsi senza perdere riconoscibilità.

Negli ultimi decenni, inoltre, il Regno Unito ha conosciuto una rinascita importante sul fronte dei prodotti artigianali. Il settore caseario ne è un esempio evidente. Formaggi come il Minger mostrano come la cucina britannica contemporanea stia rielaborando il proprio passato senza complessi di inferiorità.

La Scozia, spesso considerata marginale nel racconto gastronomico europeo, offre ulteriori spunti. Preparazioni come gli Arbroath smokies, il Cullen skink o il black pudding sono profondamente radicate nel territorio e nella storia locale. Si tratta di piatti nati dalla necessità, dal clima, dalla disponibilità delle risorse, e per questo capaci di raccontare un rapporto autentico tra comunità e ambiente. In altri contesti culturali, osservano alcuni critici britannici, questi stessi piatti sarebbero celebrati come espressioni di un patrimonio gastronomico identitario.

La polemica inglese è anche una riflessione indiretta sul significato del riconoscimento ottenuto dall’Italia. La cucina italiana è stata premiata non per una lista di ricette, ma per un modo di vivere il cibo come atto quotidiano, conviviale, familiare. Ed è proprio questo il punto che il dibattito britannico mette in evidenza: il patrimonio gastronomico non vive esclusivamente nei piatti iconici, ma nei gesti ripetuti, nelle abitudini condivise, nei luoghi informali dove si mangia senza celebrare.

In questo senso, la cucina inglese propone una definizione di patrimonio meno monumentale e più domestica. Non cerca di competere sul piano dell’eleganza o della complessità, ma su quello della funzione sociale. Il pub, il chippy, il supermercato di quartiere diventano spazi culturali tanto quanto una trattoria storica o una piazza di paese. È una visione che mette in discussione l’idea stessa di gerarchia gastronomica.

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Forse la domanda se la cucina inglese meriti l’UNESCO non ha una risposta giusta o sbagliata ma il dibattito che ne nasce è prezioso anche per chi ha appena ottenuto il riconoscimento. Ricordate che il patrimonio culturale, per restare vivo, deve continuare a essere praticato, discusso, perfino messo in discussione. Quando il cibo smette di essere vissuto e diventa solo simbolo, rischia di trasformarsi in una teca. Quando si parla di patrimonio culturale immateriale applicato alla gastronomia, il fraintendimento è quasi inevitabile. La cucina italiana è un linguaggio collettivo. È una pratica quotidiana che attraversa la vita domestica, lo spazio pubblico, le feste religiose e civili, le stagioni, il lavoro agricolo e artigianale. Non esiste come entità separata dalla socialità: cucinare e mangiare insieme non è un’eccezione, ma la norma. Il pasto è un momento di relazione, di negoziazione, di racconto. È lì che si trasmettono saperi, che si consolidano legami familiari e comunitari, che si costruisce un senso di appartenenza.

Il riconoscimento UNESCO, in questo senso, ha premiato una grammatica condivisa. La spesa quotidiana, il mercato, la cucina di casa, la trattoria, la ritualità del pranzo domenicale, la stagionalità accettata come valore e non come limite. Tutto questo costituisce un ecosistema culturale in cui il cibo non è mai solo nutrimento, ma dispositivo sociale.

La cucina inglese, per contro, si sviluppa storicamente in modo diverso. Non perché manchi di identità, ma perché il rapporto tra cibo e socialità segue altre coordinate. La convivialità britannica è spesso mediata dallo spazio pubblico più che da quello domestico. Il pub, più che la tavola di casa, è il luogo simbolico della condivisione. Si mangia insieme, ma senza la centralità rituale del pasto strutturato. Il cibo accompagna, non guida, l’incontro sociale.

È qui che la riflessione inglese diventa interessante. Quando la stampa britannica rivendica un possibile riconoscimento UNESCO, non sta chiedendo di canonizzare i pickled eggs o il deep-fried jam sandwich. Sta piuttosto mettendo in luce una diversa forma di socialità, meno codificata, più frammentaria, ma altrettanto reale.

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Tuttavia, ed è un punto cruciale, questa socialità non ha mai trovato una narrazione paragonabile a quella italiana. La cucina italiana è stata raccontata, difesa, mitizzata e trasmessa come patrimonio comune, anche grazie a una continuità storica tra mondo rurale, urbano e familiare. In Inghilterra, invece, la rivoluzione industriale, l’urbanizzazione precoce e la frattura tra classi sociali hanno spesso separato il cibo dalla dimensione identitaria condivisa, relegandolo a funzione pratica.

Il paradosso è che proprio oggi, mentre l’Italia riceve il riconoscimento UNESCO, il Regno Unito sta riscoprendo una propria consapevolezza gastronomica ma si tratta di un processo ancora in corso, frammentato, privo di quella continuità sociale che l’UNESCO valorizza. In questo senso, il riconoscimento UNESCO alla cucina italiana non è un punto di arrivo, ma una responsabilità. Significa custodire non solo le ricette, ma la vita lenta del cucinare insieme, la dimensione comunitaria del mangiare, il valore relazionale del cibo. Ed è forse proprio questo che la riflessione inglese ci invita a non dimenticare: il patrimonio vive solo se resta praticato, imperfetto, quotidiano. E soprattutto condiviso.

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