Nel 2025 le importazioni italiane di concentrato di pomodoro dalla Cina hanno registrato un forte calo, segnando un cambio di passo dopo anni di inchieste, controlli e pressioni internazionali sulla filiera delle conserve.
Un importante ritorno al passato
Se oggi osservate il mercato delle conserve di pomodoro italiane, il quadro è diverso rispetto a quello di dieci anni fa. Secondo i dati citati dal Financial Times, nel terzo trimestre del 2025 le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina verso l’Italia sono diminuite del 76% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Un dato che segnala una svolta concreta in una filiera a lungo rimasta opaca e al centro di numerose indagini giornalistiche.
Per comprendere il significato di questo calo occorre tornare indietro di almeno un decennio. A partire dal 2015 diverse inchieste internazionali avevano documentato come una parte limitata, ma rilevante, dell’industria conserviera italiana utilizzasse concentrato di pomodoro cinese, in particolare il cosiddetto triplo concentrato. Questo prodotto, ottenuto eliminando gran parte dell’acqua dal pomodoro fresco, veniva importato soprattutto dalla regione cinese dello Xinjiang e successivamente rilavorato o confezionato in Italia.

La questione non era soltanto commerciale. Lo Xinjiang è al centro di gravi accuse di violazioni dei diritti umani, confermate anche da un rapporto delle Nazioni Unite pubblicato nel 2022, che ha parlato di crimini internazionali e di ricorso sistematico al lavoro forzato nei confronti della minoranza uigura. Il legame tra quella regione e una parte della filiera del pomodoro destinata ai mercati occidentali ha sollevato interrogativi etici che hanno progressivamente coinvolto governi, aziende e grande distribuzione.
Il concentrato cinese arrivava in Italia principalmente attraverso i porti di Salerno e Napoli e veniva acquistato da un numero ristretto di aziende. Le conserve ottenute non erano destinate in modo significativo al mercato interno, dove la normativa è più stringente, ma soprattutto all’export verso l’Africa, il Regno Unito e alcuni Paesi dell’Est dell’Unione europea. Dal 2005, infatti, la legge italiana stabilisce che la passata di pomodoro possa essere prodotta solo da pomodoro fresco lavorato entro ventiquattro ore dalla raccolta, riducendo il rischio di utilizzo di semilavorati esteri per i prodotti destinati al consumo nazionale quindi il pomodoro cinese sul mercato italiano è sempre stato quasi del tutto assente.
Secondo quanto dichiarato in più occasioni da Francesco Mutti, amministratore delegato dell’azienda omonima, fino al 2010 circa un quinto delle imprese del settore ricorreva a materia prima di origine cinese. All’epoca i costi più bassi rendevano il concentrato importato una soluzione per mantenere marginali canali di esportazione a basso valore aggiunto. Con il tempo, però, la Cina ha iniziato a servire direttamente quei mercati, riducendo il ruolo dell’Italia come intermediario.
Parallelamente sono aumentati i controlli e gli strumenti di tracciabilità. L’associazione di categoria Anicav ha introdotto già dal 2018 regole più stringenti sull’indicazione di origine in etichetta, imponendo diciture ben visibili sul fronte delle confezioni. Sono stati inoltre sviluppati test analitici in grado di individuare la provenienza della materia prima utilizzata in passate, sughi e conserve.
L’attività di vigilanza delle autorità ha avuto un ruolo rilevante. Nel 2021 i carabinieri hanno sequestrato oltre quattromila tonnellate di conserve etichettate come “100% italiano” che contenevano in realtà concentrato di pomodoro di origine cinese. Episodi di questo tipo hanno contribuito a rafforzare l’attenzione pubblica e istituzionale sulla filiera.
Il vero punto di svolta, tuttavia, è arrivato dopo un’inchiesta della BBC pubblicata nel 2024. Analizzando decine di prodotti venduti come italiani nei supermercati di Stati Uniti, Regno Unito e Germania, i giornalisti hanno riscontrato la presenza di pomodoro cinese in una parte significativa dei campioni. L’indagine ha avuto un forte impatto mediatico, soprattutto nel mercato britannico, spingendo alcune catene della grande distribuzione a sospendere i rapporti con fornitori coinvolti.
Da allora la pressione sulle aziende è aumentata. Alcuni produttori hanno annunciato l’uscita definitiva dal mercato delle importazioni cinesi e il rafforzamento dei controlli sui fornitori. Il calo registrato nel 2025 sembra essere il risultato combinato di questi fattori: maggiore attenzione dei buyer internazionali, controlli più serrati e una crescente sensibilità dei consumatori verso l’origine delle materie prime.
Per il comparto italiano delle conserve di pomodoro, leader mondiale per volumi e valore, la riduzione delle importazioni dalla Cina rappresenta soprattutto un recupero di credibilità. Anche se il concentrato cinese ha sempre costituito una quota limitata rispetto alla produzione complessiva nazionale, il suo utilizzo ha inciso sull’immagine del settore. Oggi la sfida resta quella di mantenere alta la trasparenza lungo tutta la filiera, in un contesto globale in cui tracciabilità e responsabilità sociale sono diventate parte integrante del valore di un prodotto alimentare.