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Il Pinot nero di oggi è geneticamente identico a quello medievale

Uno studio ricostruisce 4000 anni di viticoltura europea e tecniche di clonazione.

Siamo abituati a osservare un’evoluzione continua fatta di adattamenti, incroci e cambiamenti nell’enogastronomia. Tre fattori che nel vino (e più in generale nel mondo dei vegetali) sono incredibilmente mutevoli. Eppure c’è una piacevole eccezione: il Pinot nero. Una ricerca pubblicata su Nature dimostra che la continuità genetica di questa uva è incredibilmente marcata.

Un seme del Medioevo rivela la continuità genetica della vite

Il punto di partenza è un ritrovamento nel nord della Francia, a Valenciennes, vicino al confine con il Belgio. Durante uno scavo, all’interno di un pozzo, è stato individuato un seme d’uva datato a circa seicento anni fa. L’analisi genetica ha mostrato che quel seme è praticamente identico al moderno Pinot nero, una delle varietà più diffuse al mondo.

L’obiettivo della ricerca era ricostruire la storia della vite in Europa occidentale attraverso l’analisi del DNA antico, estratto da semi provenienti da diversi contesti archeologici: il risultato è una cronologia che copre circa 4.000 anni. I ricercatori hanno analizzato cinquantaquattro semi d’uva, datati dal secondo millennio avanti Cristo fino al Medioevo. Nonostante le difficoltà legate alla conservazione del materiale genetico, le tecnologie hanno reso possibile il confronto con le varietà contemporanee.

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Il risultato più evidente riguarda proprio la stabilità genetica di alcune uve. Il caso del Pinot nero indica che determinate varietà sono state conservate nel tempo senza variazioni significative. Ma com’è stato possibile un tale senso di conservazione della specie? A differenza di molte colture, la vite non viene normalmente riprodotta per seme quando è destinata alla produzione vinicola. Si utilizza invece la talea, cioè una porzione della pianta madre che viene fatta attecchire per generare un nuovo individuo geneticamente identico. Questo metodo consente di mantenere inalterate le caratteristiche di una varietà, evitando la variabilità introdotta dalla riproduzione sessuale.

Secondo lo studio, pratiche di questo tipo erano già diffuse in epoca romana, tra 2.000 e 2.500 anni fa. Il seme medievale di Pinot nero rappresenta quindi una conferma diretta di una tecnica agricola consolidata da secoli, che ha permesso la trasmissione fedele di alcune varietà fino ai giorni nostri.

Se guardate più indietro nel tempo, il quadro cambia. I semi più antichi mostrano una maggiore diversità genetica, segno che in passato si faceva ricorso anche a incroci tra piante diverse. Questo processo di selezione permetteva di individuare nuove combinazioni favorevoli, che venivano poi stabilizzate attraverso la propagazione clonale.

La ricerca evidenzia anche un’intensa circolazione di materiale vegetale tra regioni differenti. Le rotte commerciali e i contatti, in particolare nel bacino del Mediterraneo, hanno contribuito alla diffusione delle varietà e alla costruzione del patrimonio viticolo europeo.

Nel corso dei secoli si osserva così un passaggio progressivo: da una fase iniziale caratterizzata da sperimentazione e variabilità a una più orientata alla standardizzazione. Con l’aumento della rilevanza economica del vino, diventa centrale la necessità di garantire continuità produttiva e riconoscibilità delle uve, proprio come oggi.

Molti di questi principi sono ancora validi. La selezione delle varietà, la propagazione per talea e lo scambio di materiale vegetale restano elementi fondamentali della viticoltura contemporanea. Il seme ritrovato a Valenciennes funziona quindi come un indicatore materiale di questa continuità: mostra che la storia del Pinot nero non è solo quella di un vitigno, ma quella di una tecnica che ha permesso di conservarne l’identità nel tempo.

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