Ci sono voluti tredici anni, un vigneto reimpiantato da zero, una cuvée perpétuelle costruita strato su strato e 75 mesi di affinamento sui lieviti per arrivare a 3.500 bottiglie. Eppure, per Berlucchi Franciacorta – che ha presentato al Vinitaly 2026 il suo primo Erbamat in purezza –, si tratta del risultato di un percorso di ricerca scientifica e una scommessa ancora in corso, per costruire la prospettiva delle sue cuvée.
Quello che l’azienda di Borgonato ha messo sul tavolo non è però un nuovo prodotto di gamma, ma piuttosto la “documentazione” condivisa di una sperimentazione che potrebbe riscrivere, almeno in parte, il futuro viticolo della Franciacorta.
Acidità e resistenza

L’Erbamat è un vitigno antico, a lungo marginalizzato e poi riscoperto nell’ottica del cambiamento climatico. Tardivo nella maturazione – tanto che in vigna si fanno due passaggi di raccolta, uno ad agosto e uno a settembre, perché le uve non maturano insieme –, è naturalmente ricco di acidità e resistente alle alte temperature. Caratteristiche che diventano strategiche, con le estati sempre più calde, per preservare la freschezza nei vini base destinati alle lunghe rifermentazioni in bottiglia. Il disciplinare Franciacorta lo ammette come vitigno complementare fino al 10%, ma le sue potenzialità restano in gran parte da esplorare.
Berlucchi si è mossa in anticipo. Il progetto prende avvio nel 2011 con i primi sovrainnesti realizzati in collaborazione con il Consorzio Franciacorta, usando gemme recuperate da vigneti locali. Nel 2015 nasce Campo Madre, il vigneto sperimentale per la selezione clonale; nel 2016 viene reimpiantato completamente il vigneto Castello, cuore storico dell’azienda a Borgonato, scegliendo la selezione massale sulle piante più produttive. Tra il 2020 e il 2021 arriva il vigneto Eroi a Passirano, con il materiale clonale selezionato nella prima fase.
Oggi Berlucchi conduce circa 3 ettari a Erbamat su 11 complessivi coltivati nella denominazione, una quota che rende l’azienda il principale produttore al mondo di questo vitigno.
Esperimenti e cuvée perpétuelle

Dal 2012 partono le microvinificazioni sperimentali. Le prime tre vendemmie producono vini base che da soli, come racconta chi ha seguito il progetto dall’interno, «non avevano senso di esistere»: troppo aspri, «con una vena citrina all’ennesima potenza» difficile da gestire. Vengono tenuti fermi, trasformati nel 2014 in una cuvée perpétuelle – un fondo di vini riserva in quota crescente, composta inizialmente da annate 2012-2014, che si arricchisce di anno in anno. È la chiave di volta: aggiungendo la perpétuelle alla base vendemmiale 2017, quella vena acidissima si addomestica, la complessità aumenta, il vino comincia ad avere una sua logica.
Il 2017 è l’anno della gelata in Franciacorta, con una produzione dimezzata per la gran parte delle varietà. L’Erbamat, tardivo e ancora a riposo, non subisce danni. Raccolta regolare, ciclo completato. Tiraggio ad aprile 2018 con un assemblaggio che unisce l’85% di base vendemmiale 2017 e il 15% di cuvée perpétuelle costruita dalle annate 2012-2016; affinamento di 75 mesi sui lieviti; sboccatura il 4 luglio 2024. Ecco le 3.500 bottiglie.
Non un test su 200 pezzi, ma una vinificazione su scala reale per capire se i processi fossero replicabili. «Perché è vero che fai il test su 200 bottiglie – chiosa Romina Castelletti, direttrice marketing di Berlucchi – ma poi, quando devi estenderlo, ti chiedi cosa fare».
Una sperimentazione che guarda al futuro
La domanda che rimane aperta, dopo tredici anni, è quella più scomoda: cosa si fa ora? Il prodotto esiste, ha convinto chi lo ha assaggiato, ma non ha ancora una collocazione definitiva. Non è un Franciacorta Docg, ma uno spumante prodotto fuori dal disciplinare. Potrebbe entrare come componente di blend, potrebbe diventare una linea autonoma, potrebbe restare un progetto di ricerca che alimenta il lavoro degli enologi senza mai uscire in etichetta come protagonista.
«Non abbiamo ancora definito la direzione da prendere» è la risposta franca di Castelletti. La direzione tecnica sta lavorando su una cuvée a tre componenti – un terzo base vendemmiale, un terzo perpétuelle, un terzo assemblaggio dell’anno precedente non ancora spumantizzato – per continuare a esplorare il potenziale evolutivo del vitigno.
«Il nostro impegno sull’Erbamat – ha dichiarato Arturo Ziliani, ad e direttore tecnico – non è solo una sperimentazione enologica, ma un contributo concreto alla crescita collettiva della denominazione. Siamo convinti che investire in questa varietà significhi investire nel futuro del Franciacorta».