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Quali sono i frutti con più vitamina C? (Non sono le arance)

Acerola, guava e kiwi, oltre a ribes nero, fragole e agrumi. Questa vitamina è essenziale, termolabile e va assunta quotidianamente.

L’arancia non è il frutto con più vitamina C e non entra nemmeno nella top ten anche se è il simbolo di questo micronutriente essenziale. È uno di quei casi in cui un’abitudine ha finito per semplificare troppo la realtà. Se si guarda ai contenuti di acido ascorbico, la classifica racconta altro, e parte molto lontano dal Mediterraneo.

Frutti esotici e agrumi in cima alla classifica

Al primo posto c’è la prugna Kakadu, piccolo frutto originario dell’Australia e considerato la fonte vegetale più concentrata di vitamina C oggi conosciuta. I valori rilevati sono molto superiori a quelli degli agrumi comuni e spiegano perché, da anni, sia al centro di studi e ricerche sugli antiossidanti. Subito dopo arriva l’acerola, spesso chiamata ciliegia delle Barbados. Anche in questo caso i contenuti di vitamina C superano di molte volte quelli di un’arancia. Sono due frutti poco presenti nella dieta europea, e forse anche per questo poco citati quando si parla di fonti naturali di questa vitamina.

Il distacco con i frutti che seguono è netto. La guava, che chiude il podio, ha valori molto elevati ma già lontani dai primi due posti. Eppure resta una fonte importante, così come il ribes nero, spesso sottovalutato quando si ragiona di alimenti ricchi di vitamina C.

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Poi ci sono i frutti più familiari. Il kiwi, soprattutto nella varietà gialla, ha concentrazioni molto rilevanti, superiori a quelle comunemente associate agli agrumi. Anche il kiwi verde si colloca in alto. Non è un dettaglio marginale per un Paese come l’Italia, che è tra i principali produttori mondiali e dove questo frutto è ormai parte della dieta quotidiana.

La classifica prosegue con longan e litchi, due specie asiatiche sempre più diffuse anche nel mercato europeo, e include i cachi, che probabilmente nessuno avrebbe inserito in classifica in un ipotetico sondaggio pubblico. Chiude il pomelo, agrume spesso considerato di nicchia ma che, per contenuto di vitamina C, precede l’arancia.

L’arancia resta comunque una fonte importante ma la sua centralità è più culturale, data dalla produzione e dal marketing. Per generazioni è stata il simbolo dell’inverno e del “fare il pieno di vitamina C”. Questo non significa ridimensionarne il ruolo. Significa semmai contestualizzarlo anche perché il contenuto di vitamina C non esaurisce il valore nutrizionale di un frutto. Fibre, polifenoli, zuccheri, acqua, altri micronutrienti e biodisponibilità contano almeno quanto il dato numerico.

La prugna Kakadu e l’acerola restano casi quasi estremi, difficili da considerare alimenti quotidiani per molti consumatori europei. Più interessante, forse, è notare che kiwi, ribes e cachi — prodotti molto più accessibili — sono già alternative concrete e spesso trascurate se si vuole “mangiare” questo micronutriente.

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