Il trenino entrava nella montagna portando i minatori, con lo stesso passo di chi conosce la strada da una vita. Il rumore delle ruote accompagnava il viaggio dentro la miniera di Costa del Pino, sopra Cogne, mentre l’aria cambiava consistenza, il freddo diventava presenza e il buio si prendeva il tempo necessario per avvolgere ogni cosa.
Per decenni, quel tragitto ha avuto un solo significato: portare uomini verso il lavoro e riportare a valle la magnetite, scavata metro dopo metro in una delle miniere più alte d’Europa. Oggi, lungo quelle stesse gallerie, il carico è diverso. Le bottiglie prendono il posto del minerale e la montagna continua a custodire qualcosa di prezioso, ovvero il vino.
La polveriera che custodisce le bottiglie in quota

Le pareti raccontano ancora una storia che appartiene a migliaia di giornate trascorse sottoterra, da parte dei lavoratori. Oltre cento chilometri di gallerie conservano il ricordo di una comunità che ha costruito il proprio futuro con il piccone, con la pazienza e con quella solidarietà che nasce spontanea quando il lavoro obbliga a fidarsi dell’uomo accanto. La montagna chiedeva attenzione, esperienza e rispetto. Ogni turno lasciava addosso il freddo, la polvere e una stanchezza che si portava fino a casa, dove bastava guardare le mani per capire come fosse andata la giornata. Giornate trascorse senza vedere la luce naturale, una sorta di film in bianco e nero.
La chiusura della miniera, nel 1979, ha concluso una stagione importante della Valle d’Aosta senza interrompere il rapporto fra queste gallerie e il territorio. Da un lato è diventata attrazione turistica, con la possibilità di visitarla, sia con il trenino che a piedi. Oggi poi, una parte dell’antica polveriera accoglie le bottiglie di quattro cooperative valdostane che hanno scelto di affidare proprio a questo luogo una parte del loro affinamento.
L’idea nasce dall’ascolto della montagna prima ancora che dall’enologia, perché cinque gradi costanti di temperatura, un’umidità che rimane vicina all’ottantacinque per cento durante tutto l’anno, l’assenza di luce e la particolare pressione atmosferica accompagnano l’evoluzione del vino con una naturalezza che nessuna tecnologia riuscirebbe a imitare.
La Crotta de Vegneron, il valore della collaborazione

Fra queste cooperative, la Crotta di Vegneron rappresenta una delle espressioni più autentiche della viticoltura valdostana. La sua storia comincia nel 1980, quando un gruppo di vignaioli di Chambave decide di condividere il lavoro e il destino di vigne che, da sole, avrebbero avuto vita difficile e non sarebbero state sufficienti per garantire un reddito accettabile.
Le montagne insegnano presto il valore della collaborazione. I terrazzamenti chiedono equilibrio, le pendenze impongono gesti precisi, gli appezzamenti frammentati trasformano ogni vendemmia in un mosaico composto da decine di famiglie. Oggi i soci sono quasi un centinaio e custodiscono poco più di trenta ettari distribuiti fra Chambave, Nus e gli altri comuni della denominazione, mantenendo vivo un patrimonio agricolo che coincide con il paesaggio stesso della valle.
I vini della montagna

Passeggiando fra quei filari viene naturale alzare lo sguardo verso le cime prima ancora che verso i grappoli. La luce rimbalza sulle rocce, le escursioni termiche accompagnano la maturazione delle uve e i terreni sabbiosi, ricchi di minerali, restituiscono vini che parlano con un accento difficile da confondere.
Il Fumin porta con sé il carattere schietto dei vitigni antichi, il passo lento di chi preferisce maturare senza fretta e una profondità che il tempo rende ancora più leggibile. Il Chambave Muscat percorre una strada meno prevedibile, lontana dall’immagine del Moscato più conosciuto, esprimendo una versione secca nella quale gli aromi trovano equilibrio e precisione. Sono le due etichette prescelte per il soggiorno in miniera, che si distinguono in una produzione ricca e variegata
Ogni anno arriva il momento in cui le bottiglie lasciano la miniera e altre prendono il loro posto. È un movimento silenzioso, quasi misurato, sicuramente faticoso, che restituisce vitalità a un luogo dove il tempo continua a scorrere con il ritmo della montagna. Gli uomini che accompagnano questo passaggio parlano poco. Forse perché certi ambienti invitano spontaneamente ad abbassare la voce; forse perché il silenzio, qui dentro, è parte della storia quanto la roccia.
Il vino esce dalle gallerie con qualche sfumatura in più, nei profumi e anche nel gusto, e con la stessa capacità di raccontare il territorio da cui proviene. Le bottiglie della Crotta de Vegneron portano con sé il sole dei vigneti di Chambave e il respiro della montagna che le ha accolte durante l’affinamento. È un viaggio breve sulla carta geografica e lunghissimo nella memoria della Valle d’Aosta, dove il lavoro ha cambiato forma senza perdere dignità e la montagna continua a fare quello che ha sempre fatto: custodire con pazienza ciò che gli uomini le affidano.