Ci sono luoghi che, prima ancora di essere un indirizzo, sono un capitolo di storia familiare. Per la famiglia Ceretto, Brunate è uno di questi, il più importante. Il celebre cru di La Morra, tra i più prestigiosi della denominazione Barolo (è una delle MGA, Menzione Geografica Aggiuntiva), è stato il primo grande acquisto fondiario compiuto negli anni Settanta da Bruno e Marcello Ceretto e rappresenta una delle pietre angolari della crescita della cantina – una delle più influenti del vino italiano – che ha contribuito a cambiare il volto delle Langhe. Oggi quello spazio si apre a una nuova dimensione con l’inaugurazione di un progetto che intreccia ospitalità, cucina, vino e cultura in uno dei punti panoramici più suggestivi della regione. Accanto ai vigneti, infatti, convivono la coloratissima cappella trasformata in icona contemporanea grazie all’intervento artistico di Sol LeWitt e David Tremlett e un edificio, già cascina e poi distilleria nel corso del Novecento, che rinasce come il ristorante Le Brunate. Un’evoluzione che riflette il modo in cui i Ceretto hanno interpretato il territorio negli ultimi decenni, senza mai smettere di sperimentare. Ne abbiamo parlato con Roberta Ceretto, presidente e responsabile comunicazione dell’azienda.
Brunate è un nome centrale nella storia della vostra famiglia. Che cosa rappresenta per voi?
È tante cose insieme. Prima di tutto è uno dei cru più importanti del Barolo, ma per noi è soprattutto un luogo del cuore. Fu il primo grande appezzamento acquistato da mio padre e da mio zio negli anni Settanta, quando arrivare a possedere quasi 180 ettari era impensabile. Da lì è cominciata una parte fondamentale della nostra storia.
È qui che, nel 1999, avete anche iniziato il vostro percorso artistico, commissionando l’intervento decorativo sulla Cappella del Barolo, nata nel 1914 come semplice riparo per i contadini.
È stata un’intuizione che ci ha catapultati nel mondo del collezionismo d’arte. Oggi la Cappella è un simbolo riconosciuto in tutto il mondo e viene visitata da 100mila persone ogni anno: ha contribuito a rendere questa collina una destinazione culturale oltre che enologica.
Perché avete scelto di aprire un ristorante a Brunate?
L’idea nasce da un percorso lungo. Fino alla fine degli anni Novanta l’edificio era una distilleria. Producevamo grappa monovitigno da Nebbiolo, Moscato, Dolcetto e Arneis. Poi quell’attività è stata progressivamente abbandonata e abbiamo iniziato a riflettere su come valorizzare il luogo e su come offrire ai visitatori un’esperienza più completa. Brunate attira già persone che vengono per il vino, per il panorama, per l’arte. Ci sembrava naturale aggiungere anche una proposta gastronomica.

La famiglia Ceretto gestisce già diversi progetti di ristorazione. In che cosa Le Brunate è diverso?
Abbiamo ormai una lunga esperienza nel campo e per questo volevamo evitare di replicare formule già esistenti e di farci concorrenza con un altro ristorante fine dining – anche perché è difficile incrociare talenti come Enrico Crippa – o con un’altra piola. Le Brunate ha una personalità propria. È più informale e più spontaneo.
Anche la vista sembra parte integrante.
Le Brunate nasce dal paesaggio e dialoga continuamente con il vigneto che lo circonda. Siamo su una terrazza di circa 200 metri quadrati, tra le più belle delle Langhe, che domina la valle del Barolo.
Che tipo di cucina avete immaginato?
Molto libera, di casa, legata al territorio. Non volevamo costruire un’esperienza rigida. L’idea è lavorare ogni giorno con ciò che è fresco, con ciò che offre la stagione e con l’ispirazione dello chef albese Simone Burlotto. Nel menu ci possono essere la carne cruda battuta al coltello, gli asparagi in salsa bernese, il risotto con Castelmagno e piselli, la lingua con peperoni e pomodoro o il pollo alla cacciatora. Si può mangiare senza limiti di orario, anche alle 16. Il vino ha un ruolo prepotente: la carta è molto curata e comprende grandi Barolo, tutte le eccellenze di Brunate, ma anche bolle tra Alta Langa e Champagne.
A Le Brunate si rinnovano le contaminazioni con il mondo dell’arte.
Kiki Smith, l’artista già presente a La Piola (l’osteria contemporanea che affianca Piazza Duomo, il ristorante tre stelle Michelin ad Alba, ndr), ha portato qui una nuova opera, un imponente mosaico che si fonde con il paesaggio e che ricorda le viti e lo scorrere del tempo. E poi, all’ingresso, si trova L.O.V.E. di Francesco Clemente, due speculari figure femminili in bronzo, alte 4,5 metri, segno di accoglienza e riflessione.

Più in generale, in che modo oggi l’arte dialoga con i luoghi di Ceretto?
Attraverso l’arte siamo in grado di offrire una prospettiva diversa e più contemporanea sul territorio. Non più solo tradizioni ma evoluzione. Abbiamo iniziato in maniera casuale, poi la mia famiglia mi ha seguito ed è diventata un’attività parallela. In ogni nuovo progetto vogliamo inserire qualcosa di artistico per far sì che le Langhe siano un luogo sempre più bello e che la collettività abbia dei benefici. Non nascondiamo le opere in casa ma le mettiamo in condivisione. Io però continuo a sentirmi un produttore di vino e non un direttore di museo.
Come sono cambiate le Langhe dal punto di vista turistico?
Hanno avuto un grande exploit, fino a pochi anni fa il turismo era limitato ai tre mesi della stagione del tartufo e non c’era ospitalità di livello. Oggi sta crescendo molto il cicloturismo, le persone riempiono le colline anche nel resto dell’anno e stanno scoprendo che le Langhe non sono solo Barolo e Barbaresco. Sta a noi raccontarle nel modo giusto.
Quali sono i suoi luoghi delle Langhe da visitare e le esperienze da non perdere?
Direi Bra, Neive, Murazzano e Bossolasco. Poi la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Guarene d’Alba, Dogliani e il Festival della TV, il Santuario di Vicoforte. E ovviamente Alba e Collisioni Festival.
A proposito di Vicoforte, proprio qui coltivate il vostro progetto personale Monsignore.
Sì, nel 2014 io e mio marito (Giuseppe Blengini, ndr) abbiamo piantato 15 ettari di Chardonnay e Pinot Nero per produrre un’unica referenza di Metodo Classico Alta Langa Docg, scommettendo su questo territorio di confine in tempi non sospetti. Abbiamo rischiato, studiato e portato la nostra conoscenza, e oggi sentiamo Monsignore come un secondo figlio.