Emidio Pepe

Addio a Emidio Pepe, il patriarca del vino che insegnò all’Abruzzo la pazienza del tempo

Si è spento il vignaiolo di Torano Nuovo che per primo ha creduto nelle grandi etichette da invecchiamento. Dalle origini sotto il marchio "Aurora" alla pigiatura coi piedi, fino alla sfida al clima raccontata dalle figlie Sofia e Daniela e dalle nipoti Chiara ed Elisa: l'eredità di un visionario che faceva "spremute d'uva".

«Papà Emidio ogni tanto passava tra le vasche e, se qualcosa non lo convinceva, scuoteva la testa», ce lo raccontava la scorsa primavera la figlia Sofia quando siamo stati in visita nella loro cantina a Torano Nuovo. «E poi aggiungeva: “Questa non la sento parlare”». Perché per Emidio Pepe la vigna non era una formula chimica, ma una creatura viva.

Classe 1932, il patriarca della viticoltura abruzzese e italiana, si è spento nella sua casa in provincia di Teramo, là dove negli anni Sessanta ha cominciato a imbottigliare Trebbiano e Montepulciano pensandoli per il lungo invecchiamento. Quando iniziò ad accatastare bottiglie su bottiglie, un curato del paese gli disse deridendolo che stava solo costruendo “castelli di carta”. Pochi sanno che all’inizio l’azienda si chiamava Aurora, in omaggio al suo amore per le prime luci dell’alba, quando si svegliava presto convinto che «il lavoro della mattina sia quello che rende di più». Soltanto dopo capì che la strada migliore era metterci la faccia (e il cognome), trasformando quell’abitudine mattutina in un marchio di culto.

Il vero capolavoro di Emidio Pepe è stato trasmettere questa fedeltà alla terra alle generazioni successive: le figlie Sofia e Daniela, e le nipoti Chiara ed Elisa. A 240 metri d’altezza, dove oggi la sfida si chiama caldo estivo, la famiglia risponde ascoltando la natura: il ritorno al tradizionale “tendone” abruzzese per fare ombra ai grappoli, l’uso del latte fresco da aziende vicine come protezione naturale per le foglie e la piantumazione di veri e propri boschi di querce per richiamare pioggia e umidità.

Il viticoltore non ha fatto in tempo a vedere completata la nuova cantina ipogea, ma lascia una traccia solida e profonda, al sicuro nel solco di una lezione che ha messo radici forti nella storia della sua terra. Fino all’ultimo, Pepe ha osservato la sua creatura con l’occhio di chi ha attraversato più di mezzo secolo di vendemmie. Amava ripetere: «Il mio vino può anche non piacere, ma vi garantisco che è una spremuta d’uva». In un mondo che va di corsa, la sua storia ci insegna che la natura, se rispettata, non ha bisogno di artifici per vincere la sfida più grande: quella contro il tempo.

Maggiori informazioni

emidiopepe.com

Foto copertina: pagina Emidiopepe/Facebook.com

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