Per capire davvero che cosa sia Festa a Vico bisogna partire da un dettaglio apparentemente marginale. I transfer che accompagnano ospiti, giornalisti, cuochi e addetti ai lavori non sono affidati a un servizio privato. A guidare le automobili sono persone del posto che, per alcuni giorni, interrompono la propria routine lavorativa, prendono ferie dalle rispettive professioni e si mettono a disposizione della manifestazione.
È un gesto semplice, ma racconta meglio di qualsiasi slogan la natura di questo evento ideato da Gennaro Esposito. Festa a Vico è un esercizio collettivo di partecipazione. La cucina diventa il punto di incontro di una comunità che si allarga e coinvolge residenti, produttori, artigiani, professionisti, studenti, operatori turistici e viaggiatori.
La XXIII edizione ha segnato un ulteriore passaggio di maturazione del progetto. Per la prima volta, infatti, Festa a Vico ha superato i confini di Vico Equense per estendersi anche a Sorrento, trasformando la Penisola Sorrentina in un unico grande palcoscenico gastronomico diffuso. Dobbiamo dire che la vecchia modalità con la festa di piazza in cui un po’ tutti potevano partecipare vista l’accogliente cornice del borghetto di Seiano è mancata molto quest’anno ma nonostante questa mancanza, l’evento ha mantenuto tutte le attese.
Il risultato più concreto di questa mobilitazione collettiva sono i 115.000 euro raccolti a sostegno delle iniziative benefiche che da sempre rappresentano il cuore della manifestazione.
Le nuove formule che raccontano le diverse anime della cucina italiana
L’edizione 2026 ha introdotto tre nuovi appuntamenti:
- Quella Pizza a Vico – Spicchi di Genio ha dato spazio ai protagonisti della pizza contemporanea.
- Vico, Amore e Trattoria ha celebrato la memoria gastronomica italiana e il patrimonio delle trattorie.
- Brothers in Food ha messo al centro le relazioni professionali e umane che uniscono i cuochi.
Sono formule che condividono una stessa idea di fondo: la ristorazione non è una competizione, ma un sistema di collaborazione.

Accanto a queste novità è tornato anche Una promessa è una promessa, il pranzo dedicato alle nuove generazioni di cuochi italiani, che continua a rappresentare uno degli osservatori più interessanti sul futuro della gastronomia nazionale.
I piatti che hanno raccontato il presente della cucina italiana
Uno degli aspetti più interessanti di Festa a Vico è la possibilità di osservare, in poche ore, la direzione verso cui si sta muovendo la ristorazione italiana. Tra gli assaggi più convincenti c’è stata la lardiata di Mimì alla Ferrovia, una rilettura capace di restituire profondità a una preparazione profondamente identitaria.

Molto riuscita anche la fresella proposta da Giorgio Vaccaro di Partage, esempio di come un elemento apparentemente semplice possa trasformarsi in un racconto contemporaneo del Mediterraneo. Benedetta Somma, del ristorante Il Papavero, ha presentato una crema di pomodorini e vaniglia che ha trovato un equilibrio sorprendente tra dolcezza, acidità e aromaticità. Il creator e ristoratore Giovanni Mele ha proposto un soffritto di mare intenso e preciso, una preparazione che dimostra come sia possibile reinterpretare la tradizione senza snaturarla.
Tra i piatti più memorabili della manifestazione si inseriscono anche le tofette di Gragnano in ristretto di zuppa di murena, emulsione ai ricci e lattuga di mare croccante di Emmanuel Scotti del ristorante Maxi. Una costruzione complessa ma leggibile, dove ogni elemento trova il proprio spazio senza sovrapporsi agli altri. Molto elegante anche il Pomodoro sorrentino, cipolla rossa e mandorla di Domenico Iavarone di Zest, un piatto che riesce a condensare il paesaggio della Costiera in poche componenti essenziali.
Il tratto comune di queste proposte è l’assenza di ostentazione. La tecnica è presente, ma resta al servizio del racconto.