Montalcino e i suoi primati

La terra del Brunello si racconta attraverso le etichette dell’annata 2015 e le parole di voci illustri in occasione di Benvenuto Brunello 2020

Brunello di Montalcino

Se date dei beccamorti agli abitanti di Montalcino, non preoccupatevi, non si offenderanno. Nella famosa battaglia di Monteaperti del 1260 tra fiorentini e senesi, gli ilcinesi non si schierarono. Arrivarono sul campo di battaglia a cose fatte e i vincitori – i senesi – chiesero agli abitanti del borgo di rendersi utili almeno levando i morti dalle strade. Nella lotta tra guelfi e ghibellini, Montalcino scelse Montalcino, ovvero cercò di preservare l’indipendenza e l’anima da mercanti, quella stessa indole che ha fatto di questo borgo una delle zone vitivinicole più famose al mondo, la terra del Brunello.

Nel giro di quarant’anni, una delle zone più povere del centro Italia è diventata una delle realtà con il PIL pro capite più alto del Paese. Per numero di etichette e per profondità di verticali possedute – le annate vecchie e nuove di una stessa etichetta, ndr – Mario Machetti è un’istituzione in paese. Proprietario dell’albergo-ristorante Il Giglio insieme alla moglie e cuoca Anna, i Brunello li conosce tutti e a fondo, tanto da non ragionare per anni ma per annate del vino. Ricorda le gelate e i grandi caldi e le prime, seconde e terze generazioni di produttori. Lui stesso era poco più che un ragazzino quando, apprendista elettricista, finì nella Tenuta del Greppo per sistemare dei cavi. Fatta tornare la luce, Franco Biondi Santi volle festeggiare con il giovane Mario aprendo una bottiglia del 1958. Era il 1968 e il futuro albergatore capì che quella per il vino sarebbe diventata una passione smodata.

Dal 1995 la sua cantina è “a disposizione” della clientela de Il Giglio a prezzi più che onesti: «Perché solo così ci si diverte – spiega Machetti – facendo girare le bottiglie, anche le più care. Di segreti non ce ne sono, questa denominazione è grande perché si è sempre scelto uno stile tradizionale, l’invecchiamento è sempre avvenuto in botti grandi e si è sempre usato Sangiovese al cento per cento. Le eccezioni non sono mancate, ma ha prevalso il Brunello di sempre. La vera fortuna? Avere una zona circoscritta in un solo comune che non ha creato contrasti economici e politici e ha permesso una crescita costante e coerente tra tutti i produttori. E non è vero che qui c’è tanto in vendita perché le cose non vanno bene. Al contrario è che sono le offerte a essere molto alte e spesso è difficile rinunciarci».

A Mario più che i fondi di investimento che sono arrivati in zona spaventano i cambiamenti climatici in atto: «Però – continua l’albergatore – anche le grandi cantine hanno capito che bisogna investire sulla sostenibilità, così Banfi ha messo a dimora i grani antichi, Col D’Orcia ha ampliato gli orti, i boschi, ha ripreso la coltivazione di tabacco e ha gli animali da cortile in azienda».

In occasione del Benvenuto Brunello 2020 – in cui sono state presentate le annate di Brunello 2015 e Rosso di Montalcino 2018 – il premio “Leccio d’oro” è andato a Ilio Raffaelli, sindaco di Montalcino dal 1960 al 1980. Siamo andati a trovarlo nella sua casa a due passi dal vescovato, accogliendoci con tutta la verve dei suoi novantaquattro anni, circondato dai tanti libri che ha scritto sulla storia locale. Senza di lui forse il successo del Brunello non sarebbe quello di oggi. Perché disse di no all’industria e sì all’agricoltura: non a quella di sussistenza dei mezzadri ma a quella imprenditoriale, in grado di generare ricchezza grazie al vino. Lui sapeva cosa era giusto fare: «Ma non ero un indovino – racconta Ilio – semplicemente ero consapevole del prestigio del borgo e non potevamo che avere un gran futuro. Facendo le scelte giuste però, qui tutto parla di natura».

Raffaelli sciorina una corona di primati che danno l’idea dell’importanza del comune: un attestato del 1415 che era già un regolamento sul vino; oltre quaranta premi conquistati in un concorso internazionale a Bordeaux nel 1905; prima zona vitivinicola d’Italia a ottenere due vini da uno stesso vitigno (Rosso e Brunello). A Ilio piace ricordare anche come a inizio ‘900 Montalcino avesse già l’energia elettrica e che in una delle sue piazze c’è un monumento ai caduti della Seconda Guerra Mondiale che va dal ’40 al ’45, caso unico in Italia. L’orgoglio di appartenenza non distrae l’ex sindaco dalle criticità: «Non serve l’eccellenza, ma l’unicità – sottolinea Raffaelli – il futuro del Brunello deve essere totalmente biologico. Meglio meno bottiglie e più care, ma il territorio deve rimanere integro, che vuol dire focalizzarsi sul vino, ma anche sui boschi, sull’olio, sul miele, sulle bellezze artistiche. Secondo lei perchè il gruppo LVMH vuole comprare Poggio alle Mura (un cru aziendale, ndr) e non tutta l’azienda Banfi? Perché cerca l’unicità, non l’eccellenza”. Ci lasciamo chiedendogli se continua a bere vino e la moglie Franca ci garantisce che un bicchiere di Brunello a pasto è d’obbligo per Ilio: «L’ultimo buono bevuto? Un Baricci del 1972».

Questi racconti hanno qualcosa di “epico”. Lo sa anche Federico Buffa, giornalista e storyteller in forza alle reti Sky, che ha costruito la sua popolarità proprio sulla capacità di intrecciare e contaminare pezzi di vita e storia. Anche lui era a Montalcino a festeggiare le ultime annate: «Ogni volta che c’è la fatica dell’uomo c’è epica – racconta Buffa – quando pensavo alla trattazione di questa località mi veniva in mente non una traiettoria in linea retta ma una sinusoidale, perché le sterzate della storia l’hanno reso il più povero dei comuni del Senese e poi il più ricco, tutto questo in 40 anni senza industrializzazione, il che significa che la sapienza antica del vino ha permesso a questo luogo di elevarsi grazie una borghesia commerciale che ha sempre avuto un’idea del fare molto forte».

Se si parla di sapienza antica a Montalcino subito il pensiero va alla Tenuta Il Greppo-Biondi Santi, non più di proprietà della famiglia ma del gruppo francese Epi di Christopher Descours. Primo Brunello, 1888. Alla presentazione della 39esima riserva – la 2012, l’ultima realizzata da Franco Biondi Santi – il ceo Giampiero Bertolini ha sottolineato come: «Qui non si fanno rivoluzioni, ma evoluzioni“. Così quello che da fuori può sembrare un “sacrario intoccabile” sta apportando diversi cambiamenti: “Innanzitutto per la prima volta il nostro Brunello uscirà in magnum, bottiglia mai amata da Franco – snocciola Bertolini – poi apriremo una foresteria con ristorazione; procediamo a una parcellizzazione rigorosa dei suoli con l’aiuto del geologo cileno Pedro Parra, i cui studi effettuati tramite buche nei terreni, ci aiuteranno a capire con quali cloni e portainnesti procedere; abbiamo acquistato nuove botti per lavorare sui singoli lotti di questi studi e stiamo provando vasche di cemento piramidali per una fermentazione ancora più attenta; abbiamo acquistato nuove vigne a San Polo ed espiantato qui intorno al Greppo». Le cose dunque evolvono, ma nessuno ha osato toccare il cappello e gli effetti personali rimasti sulla scrivania in legno di Franco Biondi Santi.

Montalcino come un magnete. La Val D’Orcia incanta ed è tra le mete più ambite dai winelovers. Ne sa qualcosa il ricco imprenditore vicentino Walter Peretti che nel 2011 acquista la tenuta Ridolfi, stravolgendola completamente per farne un’azienda di eccellenza. Inizia con il prendersi uno dei cantinieri più bravi della zona, Gianni Maccari, per 17 anni alla cantina Poggio di Sotto di Piero Palmucci. Cambia tutti i legni e compra solo il miglior rovere da bottai come Baron, Taransaud e Pauscha. Il lavoro di Maccari ricalca spesso gli insegnamenti del maestro del Sangiovese, Giulio Gambelli: «come lui metto l’uva intera a fermentare – spiega Gianni – e faccio tanti rimontaggi, anche quattro al giorno, il che vuol dire che la cantina lavora H24. Per il resto seguo la regola delle 3 P di Gambelli: pulizia, pulizia, pulizia». Peretti gli ha dato massima fiducia e così il loro Brunello non fa meno di quaranta mesi di botte grande. Il disciplinare ne prevedrebbe ventiquattro.

Per due giorni all’anno Montalcino è davvero l’ombelico del mondo enoico. Il Benvenuto Brunello è un evento mediatico a tutti gli effetti. Ma il giorno successivo? «Va continuato lo storytelling, ma in maniera diversa». Roberto Cipresso fa il vino qui e in giro per il mondo come consulente. Ha scritto libri sull’argomento in forma di romanzo e mastica tanto in fatto di comunicazione di settore: «Abbiamo bisogno di spettacolarizzare la tecnica, sedurre tramite le conoscenze che abbiamo, far venire la pelle d’oca con il linguaggio. Ora è il momento adatto, perché non c’è mai stata tanta coerenza tra questo vino e il territorio dove nasce. Credo nella strategia Oceano Blu: quando i mercati sono saturi la cosa più saggia è non competere, ma mettere in tavola tutto ciò che hai di più onesto». In pratica quello che dice Ilio Raffaelli: lavorare sul concetto di unicità.

Anche noi di Food&Wine Italia non ci siamo esentati dagli assaggi del Brunello di Montalcino 2015 (oltre 120). Tra tutti, questi i nostri preferiti

Altesino Montosoli: naso elegante e raffinato. È in bocca che diviene intrigante con materia ben bilanciata tra acidità e freschezza. Davvero lunga la persistenza con profumi di arancia e corteccia.

Baricci: Visciole e cenere, sensazioni rocciose, arancia sanguinella. In bocca torna la pietra focaia e la vivacità dell’agrumato.

Canalicchio di Sopra: profondo e intenso con un mix di erbe secche e sentori balsamici. In bocca c’è polpa e vivacità. Pecca ancora un po’ in equilibrio

Gianni Brunelli – Le Chiuse di Sotto: frutta e fiori indistintamente con ciliegia e viola. In bocca è materico, vivo; sulla lunghezza ha profumi di erbe secche e ancora petali essiccati. Scivola via con eleganza.

Franco Pacenti- selezione Rosildo: gioca più sulla potenza e sul sentore ematico, rimanda a spezie esotiche al naso. In bocca mantiene il corpo e gioca su sensazioni più terrose.

Il Marroneto: fiori di campo, vividezza primaverile, succosità e lunghezza notevole

Le Ragnaie selezione Vecchi eVigne: naso “stiloso” da erbe secche e grafite; in bocca torna un’idea minerale, ma c’è anche la frutta rossa. Una nota terrosa accompagna il finale di bocca

Matrojanni selezione Vigna Loreto: naso invitante di ciliegia e cardamomo, spezie da legno davvero armoniche. In bocca è lungo e goloso, dalla trama tannica sottile.

Piancornello: piuttosto ricco e complesso al naso, si affina in bocca rivelandosi fine con richiami alla selce e alla grafite. Finale con tannino morbido e belle spezie

Pietroso: naso che invoglia con richiami a ciliegia scura, a more e anche carne. Poi c’è il minerale con sensazioni sassose. In bocca bello e graduale: alla polpa vivace e golosa subentra note più delicate di fiori secchi.

Querce Bettina: un naso delicato che si caratterizza per note floreali; spinge di più in bocca con acidità e vivacità di beva. Gli serve ancora un po’ di armonia, ma promette molto bene.

San Carlo: un naso profondo, anche un po’ cupo, ma affascinante e tradizionale. Spezie, arancia amara al naso; in bocca leggiadro pur essendo un vino di corpo.

Sesti: naso di tartufo e grafite, richiama le foglie bagnate, l’arancia sanguinella e l’incenso. In bocca è coerente al naso con un ritorno all’agrume e alla grafite. Finale tanto profumato.

ritratti di Francesca Ciancio

Condividi su facebook
Condividi su twitter
Condividi su linkedin