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Spirits e ristorazione, questione di consapevolezza

Dal Whisky Live Paris un confronto con il gourmand Angelo Canessa, che lancia provocazioni e arguti suggerimenti a chi lavora in cucina e soprattutto a chi è in sala.

Qual è la liaison tra ristorazione e mondo degli spirits? C’è consapevolezza o solo curiosità? C’è voglia di sperimentare? Secondo Angelo Canessa, mixology manager per Velier e grande conoscitore del mondo dei distillati, del vino e dei sigari – ma soprattutto gourmand esperto di gastronomia a 360 gradi – la voglia c’è, ma è frenata dal timore. L’abbiamo incontrato al Whisky Live Paris, dove quest’anno alcuni chef rinomati hanno proposto piatti elaborati con il supporto di distillati eccellenti e in pairing con cocktail ricercati. «Gli chef sono carichi e la cosa bella che vedo in Francia è che i sommelier, una volta assaggiati i drink, sono subito pronti a inserirli in carta senza troppi filtri, perché hanno meno recinti da scavalcare.»

Cucina curiosa, sala timorosa

In cucina, senza dubbio, c’è voglia di sperimentare. «Questo porterà la consapevolezza — spiega Canessa — perché l’inesperienza non può parlare la stessa lingua della consapevolezza. Gli chef vogliono utilizzare i distillati anche nei piatti: funzionano come condimento, danno una componente aromatica unica e possono essere un elemento distintivo. Non c’è però piena consapevolezza, perché manca l’esperienza.»

In sala la situazione è diversa: «C’è paura — precisa l’esperto — derivata dall’inesperienza e dalla percezione, spesso errata, del prezzo. Il distillato non viene proposto né diluito né in piccole dosi, e quindi rimane lontano. Siamo ancora a uno stadio primordiale.»

Chi ha capito il potenziale dei distillati fa girare la carta, vende le bottiglie e ottiene margini migliori: una bottiglia aperta vive più a lungo rispetto a una bottiglia di vino.

Leggere le etichette, aprire le bottiglie

Come avvicinare i più timorosi? «La risposta è semplice — scherza Canessa — andate dietro i banconi, aprite gli armadi dei distillati, girate le bottiglie mentre le spolverate e leggete le etichette. Fate scattare la curiosità.»

Molti hanno cognac con sigle come VSOP o XO senza conoscerne il significato. «Dietro ogni bottiglia c’è un mondo di storie e abbinamenti. Bisogna togliere il tappo e sentire cosa c’è dentro: tanta gente non ha esperienza diretta di assaggio.»

La barriera alcolica

Il principale freno è culturale: la parola «superalcolici». «È un termine desueto — dice Canessa — perché il distillato andrebbe giudicato senza preconcetti. Tutto dipende da quantità e diluizione. Una volta superata la paura, si scoprono gusti che meritano il posto in carta.»

Quanto è pronto il pubblico? «Oggi molti non sanno mangiare — ammette Canessa provocatoriamente — e si affidano alla comunicazione e alla reputazione. Ma se porto in tavola qualcosa che mantiene la promessa di un’esperienza unica, vinco. Un grande distillato o un cocktail perfetto accanto a un piatto studiato può fare la differenza.»

Dal whisky al rum… fino allo sgroppino

Per iniziare, il whisky è il distillato più immediato: tutti ne hanno sentito parlare e permette spiegazioni semplici su blend e single malt. In un mondo ideale però bisognerebbe partire dall’acquavite di frutta: annusare un distillato di pera e ritrovarne l’essenza è un’esperienza folgorante.

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Il rum è un universo polifonico: la Giamaica può ricordare l’isola di Islay per alcune estremità gustative, Barbados e Martinica hanno eleganze paragonabili allo Speyside del whisky. Serve conoscenza e formazione nelle scuole alberghiere per raccontarlo al meglio.

Spirits italiani e nuove prospettive

In Italia ci sono eccellenze straordinarie, ma anche prodotti che rischiano di danneggiare la reputazione di una categoria. La grappa paga il retaggio della bevuta liscia e dell’uso come digestivo spicciolo. «Cambiamo prospettiva — provoca Canessa —: un distillato eccellente può trasformare l’esperienza.»

Lo sgroppino, spesso maltrattato, può diventare un dessert memorabile con ingredienti di qualità: rum pregiati, sorbetti artigianali e tecniche attente. A titolo d’esempio, da Lucio (Rimini) si serve uno sgroppino con Hampden Estate 1753 e sorbetto alla massa di cacao.

«Se c’è crisi — conclude Canessa — smettiamo di offrire il ‘goccino finale’ a costo zero e puntiamo sulla qualità, dal caffè all’ammazzacaffè. Serve chi sappia spiegare e sostenere gli abbinamenti: allora il cliente gode e la proposta diventa sostenibile.»

 

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