Vi accorgete subito, arrivando ai Giardini del Fuenti, che questo luogo racconta molto più di quanto lasci intravedere. Ci sono cicatrici nascoste da gioielli in bella vista. È un racconto in forma di terrazzamenti, una storia che risale dagli anni bui dell’ecomostro (il primo ecomostro della storia italiana) fino alla rinascita verde che oggi abbraccia il Volta del Fuenti. Qui, la cucina di Michele De Blasio non si limita a interpretare il territorio: lo ascolta, lo interroga, lo traduce nel piatto con una delicatezza che ha la forza di uno sguardo onesto.
La Costiera, vista dalle vetrate del ristorante, sembra quasi un interlocutore silenzioso. Vi abbraccia, e poi lascia che siate voi a compiere il viaggio. E De Blasio, con la sua mano lieve e la sua mente metodica, vi accompagna senza mai alzare la voce. È un approccio che mette al centro il cliente e che disegna un fine dining di nuova generazione: colto, consapevole, ma mai autoreferenziale.
Il progetto Fuenti: un luogo che rinasce, un ristorante che interpreta
I Giardini del Fuenti sono la dimostrazione che la bellezza può tornare a respirare. Dove un tempo sorgeva il più emblematico ecomostro d’Italia, oggi ci accoglie un giardino pensile e tutela del paesaggio. La famiglia De Flammineis ha trasformato quella ferita in un manifesto di responsabilità ambientale: limoneti, vigneti, percorsi vista mare, una bar, un beach club.
Al centro di questo ecosistema c’è Volta del Fuenti, il fine dining che affida a Michele De Blasio il compito di tradurre tutto questo in gusto. E lui, reduce da grandi cucine del mondo — da Ducasse ad Arzak, da Hong Kong alla Danimarca — torna a casa per costruire un racconto più maturo, più intimo, più personale.
«Il ristorante non deve imporre un’esperienza: deve offrire possibilità», ripete spesso. È la chiave di tutto: la cucina non come imposizione estetica, ma come domanda. Una domanda piccola, ma autentica. Una domanda che riguarda noi.
L’idea di cucina di Michele De Blasio: il “green” come pensiero, non come moda
L’ossessione che attraversa la cucina di De Blasio è la natura, ma non quella descritta come slogan. Parla di sostenibilità senza farne un vessillo, perché prima di tutto è una responsabilità. «Il green è un colore, prima di essere un concetto», dice. Ed è anche una postura mentale: coltivare solo ciò che può crescere spontaneo, ridurre sale, zuccheri e grassi fino quasi ad azzerarli, usare acqua di mare per le piante alofite, valorizzare ogni scarto.

Qui il vegetale non è una bandiera, ma un punto di partenza. La carne e il pesce non vengono esclusi: vengono reinterpretati come estensioni del mondo vegetale, non come il suo centro. È un ribaltamento che non urla, ma che si sente in ogni dettaglio.
Persino il suo famoso “finto foie gras” — un esercizio di stile che replica il gusto senza la crudeltà imposta agli animali — racconta questo approccio: non è provocazione, è consapevolezza. È la versione gastronomica di una scena di Matrix: vi accorgete che ciò che state mangiando non è ciò che sembra, ma funziona meglio dell’originale.
Il Volta del Fuenti vive in due traiettorie che dialogano in armonia:
- Origini è il menu che guarda al Sud, alle ricette più care alla memoria campana. Non c’è nostalgia, però: c’è rispetto. I Mezzi paccheri con polpo e prezzemolo, il Merluzzo con peperone crusco, la pasta e patate “prima” sono piatti che stemperano la tradizione con tecnica e misura.
- Riflessioni, invece, è il laboratorio annuale. La parte più libera, più concettuale, più personale. Quest’anno è un percorso green monocromatico in cui le sfumature del verde diventano narrazione. Dai tenerumi al raviolo con sfoglia alla clorofilla, dalla zuppa all’estrazione di zucchine: un viaggio interiore più che estetico.
E poi c’è la pasta e patate prima/dopo, il manifesto della filosofia dello chef: la tradizione nella sua forma identitaria e la sua trasposizione contemporanea, alleggerita, priva di grassi, ma gustativamente identica. È un gesto romantico, nostalgico, che riporta alla mente la sicurezza di quando eri un bambino. È successo di vedere coppie emozionarsi, fino alle lacrime, di fronte a questa pasta e patate servita con il cucchiaio “a aeroplanino”. Un gesto che parla di cura.

La cucina di De Blasio è precisa, tecnica, a tratti chirurgica, ma mai ostentata. È un’alta cucina che si è liberata dell’ansia di stupire e che preferisce emozionare in sottrazione. Ogni piatto sembra chiedervi non cosa stiate mangiando, ma perché. E se l’equilibrio è la sua ossessione, il romanticismo è la sua anima più nascosta: emerge nei dettagli, nel modo in cui parla degli animali “felici” dell’allevatore lucano, nella poesia che attribuisce ai tenerumi, nella scelta di piantare ciò che la natura, lì, avrebbe scelto comunque.
Il servizio è calibrato, premuroso, nitido. Mai invadente. È grazie a questo equilibrio che anche chi non frequenta il fine dining trova lo spazio per divertirsi, rilassarsi, per sentirsi parte di una storia più grande del proprio piatto. È successo di vedere coppie emozionarsi di fronte a quella pasta e patate: un gesto che riporta all’infanzia senza infantilizzare; un gesto che parla di cura.
Alla Volta del Fuenti accade qualcosa di raro: vi sentite partecipi di una rinascita. È il modo in cui un territorio ha scelto di riscrivere la propria storia. E voi, seduti davanti a un piatto che parla di memorie, erbe marine e futuro, diventate parte di questa scrittura. Un luogo evocato, un luogo restituito, un luogo che sa toccarvi proprio dove non ve lo aspettavate.