Wine Paris

Wine Paris 2026: il focus sul no-alcol apre una riflessione sul futuro del settore

La manifestazione parigina consolida il ruolo di riferimento internazionale. Lo spazio Be No, dedicato alle alternative senza alcol, viene percepito come un’occasione di confronto sulle nuove tendenze di consumo. E i produttori ribadiscono il valore culturale del vino.

Dal 9 all’11 febbraio 2026, Wine Paris – salone internazionale dedicato a vino e spirits nella capitale francese, che vedrà la prossima edizione dal 15 al 17 Febbraio 2027 – è tornato con oltre 6mila espositori provenienti da 60 paesi e un pubblico di operatori in forte aumento. La manifestazione, in cui l’Italia gioca un ruolo di primo piano affermandosi come seconda nazione per numero di espositori dopo la Francia, si è consolidata come punto di riferimento per l’intero settore vinicolo mondiale, fungendo da termometro dei mutamenti culturali e commerciali. Questa edizione si è distinta anche per la creazione di uno spazio, battezzato Be No, che ha dato vita al primo evento B2B dedicato ai prodotti analcolici (e, per contrappasso, ha visto un padiglione frequentatissimo riservato ai distillati). Abbiamo colto l’occasione per qualche considerazione sul fenomeno, e qualche confronto con i produttori.

Be No: cosa c’è dietro lo spazio no-alcol

Wine Paris
Bottiglie di kombucha nella sezione Be No, foto Philippe Labeguerie

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La scelta – a prima vista singolare – di dedicare uno spazio al no-alcol all’interno di un evento sul vino è stata di certo dettata dalla necessità di dare una risposta strategica ai consumatori che cercano alternative più leggere, o del tutto prive degli effetti dell’alcol.

Parlando in particolare di vini dealcolati, a Parigi ne abbiamo degustati diversi ma, in linea di massima, non è emerso niente di particolarmente interessante – generalizzando: tanto zucchero, aromi che spesso rimandano più al mondo artificiale che a quello naturale – ed è difficile tirarne fuori una vera e propria “guida” per il consumatore finale, con aziende che propongono prodotti completamente diversi e prezzi altalenanti (tra chi è in hype nel settore c’è French Bloom, che con la bollicina La Cuvée Vintage 2023 si piazza intorno ai 100 euro).

Allo stesso tempo, diversi produttori di vino interpellati non si sentono minacciati da questo nuovo mercato che avanza, e sottolineano come i prodotti dealcolati siano più in competizione con le altre bevande analcoliche che con il vino

Una scelta di mercato o un segnale di crisi culturale?

Wine Paris
Wine Paris, foto JB Nadeau

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L’inserimento del no-alcol in una fiera storicamente dedicata al vino suscita due letture critiche principali. Da un lato, è incontestabile che i consumi di vino tradizionale stiano cambiando sotto la spinta di fattori demografici, economici e salutisti. Organizzare uno spazio come Be No può quindi essere interpretato come una mossa per allargare l’offerta e intercettare mercati emergenti, senza perdere rilevanza nel complesso ecosistema delle bevande.

Dall’altro lato, c’è chi osserva con scetticismo: trasformare Wine Paris in una sorta di contenitore che abbraccia anche prodotti non-vinicoli rischia di diluire l’identità della manifestazione. Il vino, per molti appassionati e professionisti, non è soltanto un prodotto da degustare ma è legato a terroir, tradizione, cultura e artigianalità; elementi che difficilmente si trasferiscono in alternative dealcolate o sviluppate artificialmente.

Bella, l’azienda di vino che produce prodotti analcolici dal 2008

Bella
I prodotti di Bella a Be No

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

A offrire un punto di vista diverso, profondamente agricolo e meno ideologico, è Loris Casonato, produttore di Iris Vigneti che con il brand Bella – tra le etichette di Be No con alternative a vini, aperitivi e liquori – nel mondo no-alcol è arrivato già nel 2008: «Noi produciamo un prodotto a base di mosto ottenuto dalle nostre uve: è uno zero-zero, quindi non è dealcolato, perché l’alcol non nasce proprio», chiarisce. I numeri restano piccoli e lontani dalle narrazioni enfatiche dei grandi gruppi e l’azienda è estranea alle logiche industriali.

La crescita arriva dal Nord Europa, Polonia e Regno Unito, mercati più attenti alla salute e meno legati a una cultura identitaria del vino: «Lì c’è una nuova generazione che ha visto gli eccessi dei padri e ha deciso di bere diversamente», precisa Casonato. «Abbiamo creduto da subito in questo mercato, e il prodotto risponde a una richiesta reale». Un racconto che ridimensiona entusiasmi e slogan, riportando il no-alcol a una dimensione concreta e di nicchia.

Il manifesto di Baglio di Pianetto

Baglio di Pianetto
Lo staff di Baglio di Pianetto

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

In questo contesto si inserisce anche il pensiero di Grégoire Desforges, presidente della cantina Baglio di Pianetto, che a Wine Expo era presente nello spazio dedicato alla Sicilia: «Il no-alcol è una strada radicale: si può scegliere di percorrerla oppure no, ma contro il consumo compulsivo dobbiamo lottare» spiega. «Perciò volevamo ricordare che il vino può e deve essere vissuto come un’esperienza sensoriale e culturale».

Da qui nasce infatti la campagna Il vino non conosce cattive intenzioni presentata nel 2026 dall’azienda, che in sei “frasi manifesto” riassume una visione precisa del vino che “unisce e non divide”, che “insegna la misura, non l’eccesso”, che “crea cultura e non consumo”. Un orientamento che suona anche come una risposta critica al contesto fieristico stesso, dove lo spazio dedicato al no-alcol convive accanto a quello frequentatissimo degli spirits, in una sorta di cortocircuito concettuale.

Nessuna presa di posizione vera sui dealcolati, invece, considerati con un’idea ben lontana dal vino che non deve cedere a una logica puramente mass market. Prima viene il senso: costruire consapevolezza, non rincorrere volumi.

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