Non sempre c’è un vero e proprio passaggio di consegne. Spesso, padri e figli iniziano semplicemente a lavorare insieme, a condividere le giornate, finché a un certo punto le responsabilità si spostano da sole. Succede in cucina, in vigna, in un caseificio o in un frantoio: si cresce dentro al lavoro prima ancora di sceglierlo davvero. C’è chi ha seguito una strada già segnata e chi l’ha cambiata un po’, senza mai rompere del tutto. Nella giornata del 19 marzo vogliamo ricordare alcune storie, legate da uno stesso filo, fatto di gesti, presenza e tempo condiviso. In comune resta quel modo di fare le cose che passa senza bisogno di essere spiegato, e che alla fine tiene insieme tutto: famiglia, mestiere, identità.
Tra isola e famiglia

A Salina, il passaggio tra generazioni non è mai stato una rottura, ma un’evoluzione continua. Su quest’isola siciliana Michele Caruso ha costruito insieme alla moglie Clara Rametta – scomparsa la scorsa estate – un luogo che è insieme casa e destinazione, dove l’ospitalità nasce prima di tutto da un senso profondo di appartenenza. Un progetto nato alla fine degli anni Ottanta, quando il turismo sull’isola era ancora agli inizi, e cresciuto nel tempo anche attraverso il recupero di più case, trasformate in un piccolo albergo diffuso, integrato nel tessuto del paese di Malfa. Luca e Martina sono cresciuti qui, letteralmente dentro Signum.
Le loro camere erano parte della struttura, la vita familiare coincideva con quella dell’albergo, scandita dalla presenza continua dei genitori: il padre in cucina, la madre all’accoglienza. È in questo intreccio che hanno assimilato un modo di stare dentro le cose fatto di attenzione ai dettagli, rispetto per il paesaggio e capacità di accogliere senza forzature.
Anche il rapporto con l’isola è rimasto centrale: un luogo che non si può replicare altrove, perché la sua identità nasce dall’insieme di scorci, relazioni e vita quotidiana. Martina, in cucina, ha tradotto tutto questo in una ricerca personale che parte dalla memoria ma guarda lontano; Luca, in sala e nella gestione, ha costruito un dialogo contemporaneo con gli ospiti, portando dentro anche le sue inclinazioni iniziali, dalla musica ai primi esperimenti con il bar e la vita serale dell’hotel, fino al personale progetto enoico di Eolia condiviso con la compagna di vita Natascia Santandrea. Michele è rimasto una presenza costante e discreta. Il suo ruolo oggi è quello di chi osserva, accompagna e interviene quando serve, lasciando però spazio a un’identità nuova che si è formata nel tempo. Signum è diventato così il punto d’incontro tra queste tre linee: l’esperienza di chi ha iniziato, l’energia di chi ha raccolto, e un’isola che continua a dettare il ritmo.
hotelsignum.it
Una visione enoica che passa di padre in figlio

A Roccafiore, tra le colline di Todi, l’idea di azienda è nata prima ancora del vino. Leonardo Baccarelli immagina fin dagli anni Novanta un luogo capace di tenere insieme paesaggio, ospitalità e produzione, senza separarli. Non una semplice cantina, ma un sistema coerente, costruito intorno a una visione precisa: lavorare la terra rispettandone l’identità e restituendo valore al territorio. Luca e Ilaria, i figli, sono cresciuti dentro questo progetto, assorbendone più l’approccio che le regole.
Per Luca, in particolare, il rapporto con il padre non è passato tanto da un insegnamento diretto, quanto da un modo di guardare le cose: scegliere con autonomia, evitare scorciatoie, restare fedeli a un’idea anche quando è meno semplice da sostenere. I quindici ettari vitati, tutti attorno al resort – dove tra l’altro si mangia benissimo –, sono il centro di questo equilibrio.
La scelta biologica, il lavoro manuale in vigna, l’attenzione costante alla qualità dell’uva non rispondono a una tendenza, ma a una convinzione che arriva da lontano. Anche le decisioni più tecniche – come l’incontro con un enologo esterno che ha contribuito alla formazione di Luca – rientrano in questa apertura, mai rigida, sempre consapevole. Oggi Luca porta avanti quel progetto senza cambiarne la direzione, ma rendendolo attuale, mentre Leonardo resta un riferimento presente, non come guida formale, ma come origine di uno sguardo che continua a orientare le scelte. Più che un passaggio di consegne, una continuità che si rinnova, mantenendo al centro lo stesso punto di partenza: il rapporto con la terra.
roccafiore.it
L’eredità della terra

Nel mestiere dei tartufi non si impara davvero da qualcuno: si cresce accanto a chi lo fa, osservando e provando. È così che Cristiano Savini ha costruito il suo rapporto con questo lavoro, prima seguendo il nonno Zelindo e poi suo padre Luciano, senza che ci fosse mai bisogno di molte spiegazioni. Luciano non è mai stato uno di quelli che insegnano parlando. Piuttosto, indicava una direzione e lasciava spazio, trasmettendo con i fatti un’idea precisa di rispetto per la terra e per i suoi tempi. Da lui Cristiano ha imparato soprattutto questo: che il tartufo non si cerca a tutti i costi, ma si incontra, e solo quando le condizioni lo permettono. Negli anni, quel modo di stare nel lavoro si è evoluto.
Cristiano lo ha portato dentro una dimensione più contemporanea insieme alla sorella Romina, mantenendo però un legame saldo con le origini. Luciano è rimasto una presenza discreta ma fondamentale, come spesso accade nei passaggi di testimone che funzionano davvero. Il 25 novembre 2007, quando insieme trovarono con il cane Rocco un tartufo bianco da 1,497 kg, è diventato un episodio simbolico. Non solo per il record, ma perché racchiudeva un percorso condiviso fatto di tempo, esperienza e fiducia reciproca: tutto ciò che, in fondo, non si può insegnare a parole.
savinitartufi.it
Una forma, una storia

Nel caseificio San Simone, sulla via Emilia, il lavoro segue ancora un ritmo familiare, prima ancora che produttivo. Ogni giorno una ventina di forme di Parmigiano Reggiano Dop, accanto a ricotta e burro di affioramento, nascono da un sistema che resta volutamente raccolto: il latte arriva due volte al dì da quattro aziende agricole della zona, con cui il rapporto è diretto, quasi quotidiano.
La storia della famiglia Lugli attraversa territori e generazioni. Dalle origini modenesi, tra Soliera e il passaggio nel reggiano, fino al 1991, quando Giulio, insieme alla moglie Elena, prende in mano l’attività e si trasferisce qui, avviando un percorso fatto di crescita progressiva e investimenti mirati. Il magazzino nel 2006, il terremoto del 2012 – che ha distrutto la struttura di stagionatura – e poi la ripartenza, con l’ampliamento del 2019 e i lavori più recenti, come la nuova salatoia a immersione. Davide è cresciuto dentro questo contesto, letteralmente sopra il caseificio, dove tuttora abita con i genitori. A un certo punto ha scelto di restare, rinunciando all’università, per imparare il mestiere da vicino. Un passaggio che non è stato solo operativo, ma anche di visione: se Giulio viene da un mondo più legato alla vendita all’ingrosso, di forme intere, oggi è il confezionato – tagliato e sottovuoto – a portare il prodotto direttamente al consumatore, in Italia e in Europa. Il lavoro resta condiviso: Giulio in caseificio, come casaro; Davide ed Elena nella gestione, nel taglio e nel confezionamento. E poi ci sono i momenti che segnano davvero il tempo, come il periodo che conduce al Natale, quando il ritmo si intensifica fino a diventare continuo.
Vivere e lavorare nello stesso luogo significa anche questo: giornate piene, in cui il confine tra famiglia e lavoro si assottiglia fino quasi a scomparire. È lì che il rapporto tra padre e figlio trova la sua dimensione più concreta: non tanto nelle parole, quanto nella continuità del fare, tra una forma che nasce e un’altra che viene aperta dopo anni, anche cento mesi di stagionatura.
caseificiosansimone.com
Dividere il banco, tra idee e sorrisi

Da Mondragone, in provincia di Caserta, ad Arezzo: Pierluigi Police è arrivato nella città toscana nel 1995, dedicandosi alla cucina e alla ristorazione seguendo le tracce di famiglia, tra Campania e Lazio. Nel 2000 apre ‘O Scugnizzo, la prima pizzeria al metro di Arezzo, che presto diventa invece il riferimento cittadino per la pizza napoletana classica.
Da sempre, a dargli man forte ci sono la moglie Maria e la sorella Simona (che sovrintende la sala e la cantina), mentre ormai da qualche anno accanto a lui al banco e al forno c’è il figlio Gennaro: concentrato sul lavoro, spigliato sui social ma senza vanagloria, a 23 anni è tra i giovani talenti del settore. Affascinato fin da piccolo dall’arte del padre, e desideroso di aiutarlo, ha iniziato “ufficialmente” a mettere le mani in pasta già a 16 anni e dopo il diploma è entrato in pianta stabile in pizzeria, dove affianca il padre in quello che è ormai un perfetto gioco di squadra. «Lavoriamo in spazi stretti ma ormai ci muoviamo insieme a occhi chiusi, conosciamo ogni mossa reciproca e sappiamo anticiparla senza nemmeno parlare: c’è una bella sintonia, e sorridiamo spesso», racconta Gennaro, senza negare che ci possa essere ogni tanto qualche disaccordo o differenza di opinione con il padre: «Ma lui ha sicuramente più esperienza di me, su molte cose». E anche le pizze spesso nascono da un lavoro comune: come la Pirchipetola, con provola, prosciutto crudo San Daniele 24 mesi, stracciatella, pomodoro corbarino candito, basilico, pepe cuvée e olio extravergine (nella foto, Pierluigi e Gennaro sono al banco insieme a Luca Fracassi, chef di Octavin con cui hanno realizzato alcune pizze).
lo-scugnizzo.it
Nel segno dell’olivo

Nel mare argentato di olivi che si apre alle spalle di Imperia, tra il golfo ligure e l’antico borgo da cui prende il nome, il Frantoio di Sant’Agata d’Oneglia è un accogliente casale circondato da impianti, laboratori di trasformazione e magazzini.
Da qui, nel 1987, Antonio Mela e la moglie Paola (scomparsa nel 2020) hanno impresso una svolta imprenditoriale alla storia di famiglia legata alla coltivazione e trasformazione delle olive, nata nel lontano 1827. E se il signor Antonio è una presenza costante e preziosa e supervisiona la selezione delle olive per le diverse etichette, oggi a guidare l’azienda sono le figlie Cristiana e Serena (mentre la sorella e il fratello hanno seguito strade diverse): la prima si occupa soprattutto di export e marketing, la seconda presidia costantemente ristoranti e botteghe di tutta Italia costruendo una rete di distribuzione capillare e affezionata, e creando collaborazioni con chef del territorio.
Insieme, Cristiana e Serena Mela portano avanti il lavoro avviato con passione dai genitori promuovendo la cultura gastronomica e olivicola ligure, e fondendo la tradizione familiare con un approccio aperto alle innovazioni: dalla Linea Gourmet, che mette in vasetto (e non solo) le ricette firmate dallo chef Enrico Marmo, al bel restyling che ha riletto in maniera attuale l’immagine aziendale, anche in vista dell’importante doppio anniversario del prossimo anno.
frantoiosantagata.com
Tra regole e istinto

Per Sasà Giugliano, lavorare con suo padre Michele, da Mimì alla Ferrovia a Napoli, è stato prima di tutto un modo per conoscerlo davvero. «È la più grande fortuna: non tutti i figli possono viversi il proprio genitore tutti i giorni». Da bambino, quella figura era quasi mitica, costruita nei racconti materni; il rapporto si è formato più tardi, tra estati e weekend in ristorante, fino a trasformarsi in un legame profondo: «Mi sono innamorato di lui come persona, al di là dell’essere mio padre e dell’essere la leggenda di Napoli che è».
Michele incarna una napoletanità istintiva, mentre Sasà è più analitico. «Le mie scelte non le ha mai ostacolate, mi ha lasciato spazio», racconta. Eppure, nel pieno del servizio, riaffiora lo spirito libero del padre e i modi di fare di una generazione passata che ha imparato il mestiere in maniera empirica: «Per fare un esempio: io voglio le comande scritte, lui è vecchia scuola e fa il fantasista della squadra».
Oggi quello stesso equilibrio si riflette in un nuovo inizio. Suo figlio (stesso nome del nonno) ha pochi mesi: «La prima volta è venuto al ristorante che aveva dieci giorni». Una presenza quotidiana: «Deve capire che la vita non ti regala niente, che devi fare ciò che ti piace con passione e curiosità. Credo che la cosa più importante sia vedere un padre che va a lavorare felice, con entusiasmo». È da lì che passa tutto: non un mestiere da ereditare, ma un modo di stare al mondo.
mimiallaferrovia.it
La famiglia della birra artigianale italiana

A proposito di paternità, Teo Musso è considerato uno dei “padri fondatori” della birra artigianale italiana. La storia di Baladin inizia nel 1996 a Piozzo, in un territorio da sempre vocato a bere e produrre altro. Suo padre, agricoltore che coltivava anche qualche vigna, non la prese benissimo quando quel figlio anticorformista gli confessò di non amare il vino. Una provocazione che si concretizzò prima con l’apertura di una birreria in paese, presto trasformata in un brewpub e diventata infine quella realtà che oggi è conosciuta a livello internazionale. Il cerchio si è chiuso con un ritorno alla terra di famiglia e con la coltivazione diretta delle materie prime, che ha trasformato di fatto l’azienda in un birrificio agricolo.
I tre figli di Teo, dal canto loro, fanno parte di Baladin, fin da quando erano neonati. I loro nomi – Isaac, Wayan e Soraya – sono impressi sulle etichette di tre birre celebrative della loro nascita e tuttora in linea. Le ricette sono state adattate nel tempo per rispecchiare il carattere, inevitabilmente in evoluzione, dei ragazzi, che nel frattempo sono entrati (per davvero) nell’organigramma. Isaac, nato nel 1997, nel 2024 ha iniziato coordinando il progetto di equity crowdfunding Beer Revolution. Oggi si occupa dell’area finanziaria. Wayan, classe 2000, dopo un lungo periodo di studi all’estero, è entrata da poche settimane nel dipartimento marketing. Soraya, la più piccola, è invece ancora impegnata nel Baladin Open Garden a godersi l’inizio della sua adolescenza.
baladin.it