Secondo la FAO l’offerta di cereali potrebbe ridursi nei prossimi anni, con effetti già attesi entro il prossimo anno. Alla base di questo scenario vi è l’aumento dei costi dei fertilizzanti, legato in larga parte alla crescita dei prezzi energetici e alle tensioni geopolitiche.
Il punto centrale riguarda la sostenibilità economica delle colture cerealicole. Mais e grano richiedono un uso intensivo di concimi, in particolare azotati, il cui costo è aumentato in modo significativo negli ultimi mesi. Molti agricoltori stanno valutando una riduzione delle superfici destinate a queste colture, orientandosi verso alternative meno dipendenti dai fertilizzanti chimici, come la soia.
Anche l’Europa avrà delle ricadute importanti in agricoltura
Secondo Máximo Torero, capo economista della FAO, «queste scelte influenzeranno i raccolti futuri e modelleranno la nostra offerta alimentare e i prezzi delle materie prime». Le decisioni prese nella fase di semina, infatti, incidono direttamente sugli equilibri del mercato nei cicli produttivi successivi.
I primi segnali sono già visibili. L’indice dei prezzi dei cereali elaborato dalla FAO registra un incremento, trainato soprattutto dal grano, mentre le prospettive di produzione risultano condizionate sia da fattori climatici sia dai costi di input agricoli. Negli Stati Uniti, uno dei principali produttori mondiali, le intenzioni di semina indicano una riduzione del mais a favore della soia, confermando un trend che potrebbe estendersi anche ad altre aree.

In Europa la dinamica appare simile. Alcune stime indicano una contrazione delle superfici coltivate a mais, con riduzioni attese anche in altri Paesi dell’area mediterranea. In alcune regioni dell’Est Europa, tradizionalmente vocate alla produzione di grano come l’Ucraina, si continua a seminare, ma con un utilizzo ridotto o meno efficiente di fertilizzanti, con possibili effetti sulla resa e sulla qualità dei raccolti.
Il nodo principale resta il costo dei concimi. Tra i prodotti più utilizzati figura l’urea, fertilizzante azotato derivato dall’ammoniaca, la cui produzione dipende dal gas naturale. L’aumento dei prezzi dell’energia ha quindi un impatto diretto sul costo finale per gli agricoltori. In Italia, ad esempio, il prezzo dell’urea ha registrato incrementi rilevanti nelle ultime settimane, come conseguenza dell’andamento del mercato del gas.
Alcuni grandi importatori di fertilizzanti, come l’India, risultano particolarmente esposti alle dinamiche geopolitiche della guerra tra Stati Uniti e Iran, perché dal Golfo proviene una quota significativa delle forniture. Le interruzioni o i rincari nella catena di approvvigionamento contribuiscono ad aumentare l’incertezza.
Per il momento i livelli produttivi sono ancora elevati rispetto alla media degli ultimi anni ma ci troviamo in una fase di transizione. La produzione di grano è stimata in lieve calo su base annua, mentre il mais presenta andamenti differenziati tra emisfero Nord e Sud. Il riso, al contrario, mostra segnali di crescita.
La questione ambientale è sempre all’ordine del giorno
Oltre alla guerra c’è anche una base morale ed etica su questo tema perché l’uso intensivo di fertilizzanti azotati comporta emissioni e impatti sulle risorse idriche, e una loro riduzione potrebbe contribuire a contenere alcune criticità ambientali. Ovviamente la transizione non garantisce il livello produttivo adeguato alla domanda mondiale di questi prodotti.
Dovete quindi considerare questo scenario come un possibile punto di svolta per l’agricoltura globale. Le scelte legate ai costi dei fertilizzanti, alla disponibilità di energia e alle condizioni geopolitiche stanno già influenzando le strategie produttive e potrebbero ridefinire, nei prossimi anni, l’equilibrio tra colture, prezzi e sicurezza alimentare.