L’enoturismo italiano cresce, ma resta difficile raggiungere le cantine. È questo il dato che emerge dall’incontro promosso dal Movimento Turismo del Vino durante Vinitaly, dove è stata presentata una nuova indagine dedicata al rapporto tra visitatori, territorio e accessibilità.
Lo studio, realizzato con il CESEO e basato su un’analisi coordinata dal professor Antonello Maruotti, mette a fuoco una contraddizione: la domanda esiste, ma non sempre riesce a tradursi in visite effettive. Nel 2025 oltre la metà delle cantine ha registrato un aumento dei visitatori, mentre il fatturato è rimasto stabile per circa il 38,6% delle aziende. Nonostante questo, meno del 10% dei turisti stranieri arrivati in Italia ha visitato una cantina.
Il turismo in cantina va ripensato per essere redditivo
Il problema non riguarda tanto l’interesse quanto le condizioni pratiche di accesso. La maggior parte dei visitatori raggiunge le aziende con mezzi propri, mentre le alternative restano limitate. I collegamenti con stazioni e aeroporti sono spesso indiretti e i costi dei trasporti privati incidono in modo significativo, soprattutto per chi viaggia dall’estero.
Secondo i dati raccolti, meno della metà delle cantine fornisce indicazioni chiare su come arrivare con i mezzi pubblici. Anche la comunicazione con operatori turistici e agenzie appare discontinua. Una quota rilevante di aziende invia informazioni sulle proprie esperienze solo su richiesta o con cadenze poco frequenti.
La presidente del Movimento Turismo del Vino, Violante Gardini Cinelli Colombini, sintetizza così il quadro: «Non basta attrarre i visitatori: dobbiamo lavorare sulla visibilità e accessibilità delle cantine, spostando l’attenzione dal numero dei visitatori alla qualificazione dei target».
Il tema della qualità delle presenze riguarda in particolare il pubblico internazionale. I turisti stranieri rappresentano una componente rilevante per molte aziende, con una maggiore propensione alla spesa sia in termini di esperienze sia di acquisto diretto. In questo senso, la visita in cantina viene considerata anche come uno strumento indiretto di promozione dell’export.

Accanto alla questione dei trasporti, emerge quella della presenza digitale. Una parte significativa delle cantine registra volumi limitati di traffico online e utilizza in modo parziale strumenti come newsletter o sistemi di gestione dei contatti. Allo stesso tempo, cresce il ricorso all’e-commerce, segnale di un’evoluzione ancora in corso.
Anche il rapporto con il sistema turistico locale resta disomogeneo. In molti territori mancano operatori in grado di strutturare offerte integrate, mentre la collaborazione con strutture ricettive e uffici turistici non è sempre sistematica. Questo limita la possibilità di inserire la visita in cantina all’interno di percorsi più ampi.
Dal punto di vista dell’offerta, la maggior parte delle esperienze ha una durata contenuta, generalmente entro i novanta minuti, con proposte più articolate riservate a segmenti specifici. Il pubblico prevalente si colloca tra i 35 e i 50 anni, mentre risultano ancora limitate le iniziative dedicate a fasce più giovani.
Il presidente del CESEO, Dario Stefàno, sottolinea: «Disporre di dati solidi non è un esercizio accademico, ma la precondizione per permettere alle istituzioni di intervenire con efficacia». E aggiunge: «Ogni visitatore straniero che entra in una cantina rappresenta un potenziale ambasciatore del vino italiano nel mondo».
L’indicazione che emerge è operativa. Lo sviluppo dell’enoturismo passa dalla capacità di costruire connessioni: tra trasporti, comunicazione e offerta territoriale. Senza questi elementi, la crescita del settore rischia di restare parziale, anche in presenza di una domanda consolidata.