Pomodoro, mozzarella e basilico: tre ingredienti, tre colori e un piatto che nell’immaginario italiano sembra non avere bisogno di spiegazioni. La caprese è una delle preparazioni più immediate della cucina estiva, associata a Capri e più in generale alla Campania, ma la sua storia è meno lineare di quanto suggerisca la semplicità della ricetta.
La versione più curiosa riguarda il Futurismo. La caprese sarebbe comparsa negli anni Venti del Novecento in occasione di una cena futurista organizzata a Capri per Filippo Tommaso Marinetti. L’idea avrebbe avuto una motivazione precisa: proporre un piatto leggero e composto dai colori della bandiera italiana, in linea con la battaglia futurista contro la tradizione gastronomica e, soprattutto, contro la pastasciutta. Non abbiamo certezze storiche a proposito però. Quello che sappiamo è che il nome rimanda a Capri e che la preparazione, nella sua forma più semplice, mette insieme pomodoro, mozzarella o fiordilatte, basilico, olio e sale.
La caprese nasce davvero a Capri?
Il primo punto da chiarire è proprio questo. La caprese è tradizionalmente associata a Capri ma nemmeno di questo siamo certi. Una delle storie più diffuse colloca la sua nascita negli anni Quaranta. Secondo questa versione, un muratore particolarmente patriottico avrebbe preparato un panino con ingredienti che riproducevano i tre colori della bandiera italiana: il rosso del pomodoro, il bianco della mozzarella e il verde del basilico. Questa storia è impossibile da verificare ma esiste un’altra ricostruzione che anticiperebbe l’origine del piatto di almeno vent’anni.

Il riferimento è a un menu del Grand Hotel Quisisana, lo storico albergo dell’isola, nel quale sarebbe comparsa la preparazione denominata “Caprese” durante una cena organizzata per Marinetti. È proprio questo episodio ad aver alimentato la teoria secondo cui la caprese avrebbe avuto una relazione diretta con il Futurismo.
Il Futurismo e la cucina di Marinetti
Per capire perché una caprese possa essere stata servita a una cena futurista bisogna tornare alla concezione della cucina elaborata da Filippo Tommaso Marinetti e Fillìa nel manifesto della Cucina futurista, pubblicato nel 1930.
I futuristi consideravano la gastronomia uno dei territori nei quali mettere in discussione le abitudini del passato. La loro polemica più celebre riguardava la pasta, accusata di appesantire il corpo e di favorire una condizione incompatibile con il dinamismo che il movimento voleva rappresentare. Nel manifesto la pastasciutta viene associata a una serie di conseguenze negative, tra cui “fiacchezza, pessimismo, inattività nostalgica”. La cucina futurista cercava invece combinazioni, consistenze, profumi e presentazioni capaci di rompere con le convenzioni gastronomiche.
In questo contesto, una preparazione composta da pochi ingredienti freschi, senza pasta e immediatamente riconoscibile anche nei suoi colori, poteva adattarsi perfettamente alla ricerca futurista.