Brunello DOCG, i suoi primi quarant’anni

La denominazione toscana festeggia il quarantesimo anniversario. E lo fa anche con una degustazione storica e con il rinnovato impegno della Fondazione Territoriale Brunello di Montalcino

Montalcino

Che la storia di Montalcino sia legata a doppio filo con quella del suo vino simbolo, il Brunello, è fuor di dubbio. Una storia che risale almeno alla fine dell’800, come dimostrano etichette “pioniere” tra cui quelle di Biondi Santi e Padelletti, ma che ha visto le sue tappe fondamentali negli ultimi cinquant’anni, scandite dalle date di entrata in vigore delle denominazioni territoriali: quella per la DOC Brunello, nel 1966 (tra le primissime in Italia), e poi quella per la DOCG – di nuovo la prima d’Italia, insieme a Vino Nobile di Montepulciano e Barolo – nel 1980 (mentre, per completezza di cronaca, risalgono al 1984 le altre due Doc locali: quella del Rosso di Montalcino e quella del Moscadello di Montalcino, vino passito, anche in versione Frizzate o Tranquillo, ottenuto dalla vendemmia tardiva di uve di moscato bianco, diffuso nelle cantine e nelle case locali ben da prima).

Ma da segnare sul calendario c’è anche il 1998: anno in cui, quasi all’unanimità, i produttori riuniti nel Consorzio del Vino Brunello di Montalcino votarono contro un possibile aggiornamento del disciplinare che avrebbe consentito l’uso di altre uve accanto al sangiovese. Furono approvate, invece, norme ancor più stringenti a tutela della qualità di quella che era ormai diventata una vera icona internazionale del vino, e soprattutto una risorsa fondamentale per un territorio che aveva rischiato di spopolarsi o di vedere stravolto il proprio paesaggio, cancellando i dolci profili delle colline oggi diventate anch’esse delle icone (e Patrimonio UNESCO dal 2004) per accogliere fabbriche e industrie.

D’altro canto anche il Brunello (e le aziende che lo producono, che si tratti di nobili famiglie storiche, eredi di mezzadri intraprendenti o imprenditori con l’occhio lungo) deve molto al territorio in cui nasce, unico per la ricchezza e diversità del suolo e delle esposizioni, capace di dar vita a un’infinità di espressioni del sangiovese che nascono nelle vigne quasi mimetizzate tra boschi e oliveti.

Proprio per questo il Consorzio di tutela (nato nel 1967, oggi guidato da Fabrizio Bindocci, riunisce 208 soci per un vigneto complessivo di oltre 4.300 ettari, il 98,2% della produzione) ha deciso di “restituire” qualcosa al territorio e alla comunità creando la Fondazione Territoriale Brunello di Montalcino. Istituita nel 2016, in concomitanza con il riconoscimento del Comune di Montalcino come “distretto rurale” ricomprendendo amministrativamente anche il territorio di San Giovanni d’Asso, da quest’anno è presieduta da Remo Grassi (amministratore delegato di Banfi) che succede allo stesso Bindocci. Obiettivo della Fondazione è di aiutare chi, tra la popolazione, ne abbia necessità ma soprattutto di valorizzare e promuovere le eccellenze locali – non solo vino, ma anche grano, farro, zafferano, tartufo, miele, olio extra vergine di oliva – in un’ottica di sinergia e sotto il segno della sostenibilità.

In tutto questo, il Brunello porta alla grande i suoi primi quarant’anni, come dimostra la degustazione storica di otto annate tra quelle migliori degli ultimi decenni, con etichette estratte a sorte, organizzata dal Consorzio dopo un sontuoso pasto alla Fattoria dei Barbi di Stefano Cinelli Colombini.

Otto bottiglie, dal 2012 (con il Brunello di Montalcino DOCG 2012 di Caparzo, una delle diverse tenute toscane dell’imprenditrice laziale Elisabetta Gnudi Angiolini) a ritroso fino al 1980 (che la fortuna ha affidato a Il Poggione, azienda storica della famiglia Franceschi diretta da Fabrizio Bindocci, presidente del Consorzio) introdotte dai rappresentanti spesso anche loro “under 40”. Da Lorenzo Pacenti – responsabile di produzione dell’azienda di famiglia Canalicchio fondata da Franco Pacenti prima come allevamenti di Chianina e poi come cantina, che ha presentato l’annata 1985 – ad Alex Bianchini dell’azienda Ciacci Piccolomini d’Aragona, nipote del lungimirante fattore della tenuta ilcinese che, avutala in dono nel 1985, ha saputo ottenere il meglio dai 220 ettari coltivati a vigna (che oggi conta un totale di 60 ettari) e oliveto. Il Pianrosso 2004 – annata a cinque stelle secondo la valutazione dell’apposita Commissione di Degustazione – mantiene intatto il suo ineccepibile fascino, come pure il Brunello di Montalcino DOCG 1994 di Villa Poggio Salvi, azienda acquistata alla fine degli anni ’70 dall’imprenditore e ingegnere brianzolo Pierluigi Tagliabue come dimora di campagna e poi trasformata in azienda vitivinicola, oggi guidata dal nipote (ed enologo) Luca Belingardi affiancato dalla moglie Barbara Ciolfi, che ha presentato il vino in degustazione.

Tra le altre etichette proposte il Brunello di Montalcino DOCG 2010 di Poggio Antico (presentato dall’altoatesino Federico Trost, responsabile di produzione che porta avanti un attento lavoro sui micro-terroir), il Brunello di Montalcino DOCG Riserva 2001 di Casanuova delle Cerbaie (presentato da Simone Carlotti, alla guida del team che segue con grande attenzione al territorio l’azienda di proprietà statunitense) e il Brunello di Montalcino DOCG 1995 di Castelgiocondo – Marchesi de’ Frescobaldi – storica e ampia tenuta di cui la famiglia toscana è dal 1989 unico socio – presentato da presentato dal direttore tecnico Ermanno Morlacchetti.

foto Gilberto Bertini

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