Halará, il vino degli amici. E del Mediterraneo

Il termine greco - che sta per "take it easy" - è il nome scelto da un gruppo di viticoltori per lanciare un progetto che mette assieme competenze e amicizie

Halarà

Halará sta per “take it easy” o, per dirla alla romana “scialla”. È il nome scelto da un gruppo di viticoltori amici per lanciare un progetto vitivinicolo che mette assieme competenze e amicizie. Viene dal greco Χαλάρα e tutto nasce da una vacanza trascorsa in Grecia da Francesco De Franco (A Vita, Cirò-Crotone), Corrado Dottori (La Distesa, Cupramontana-Ancona), Nino Barraco (Barraco, Marsala), Giovanni Scarfone (Bonavita, Faro-Messina), Stefano Amerighi (Stefano Amerighi, Cortona-Arezzo). Una carovana di mariti, mogli e bambini che da anni si muove così, in Italia e all’estero.

È stata una tappa a Marsala, in Sicilia, a far nascere l’idea di un pezzo di terra da condividere e coltivare: «Un mio vicino di vigneto – racconta Nino Barraco – aveva due ettari di Catarratto e Parpato di cui si occupava poco. Ne parlai diversi anni fa con Corrado – era il 2013 – ma la cosa finì lì». Altri viaggi seguirono, altre ferie trascorse assieme. «Fino a quando – continua Corrado Dottori – Nino ci invia delle foto – è gennaio 2019: si tratta del vigneto in Contrada Abbadessa di cui ci aveva parlato, alberello marsalese di 40 anni. Il proprietario era morto e potevamo pensare a un’offerta per acquistarlo. Non farlo significava destinare i diritti di impianto a qualche vigneto al Nord».

A Marsala la terra conviene più comprarla che affittarla, spuntando prezzi ancora bassi. Risulta remunerativa solo se ti assumi il rischio di impresa. Due bianchisti come Nino e Corrado non vedono l’ora di mettere mano al Catarratto ma il vigneto è soprattutto di Parpato, un’uva rossa abbastanza misteriosa, conosciuta anche come Quattro Rappe. Avrebbe sostituito il Pignatello a inizio ‘900 perché più adattabile a terreni siccitosi e battuti dal vento. Oggi rientra tra i vitigni reliquia recuperati grazie al progetto della Regione Sicilia sulla piattaforma ampelografica regionale. Pare essere un parente del vitigno Grenache. Un’uva dai sentori speziati e pepati, giusta per accontentare anche i rossisti Francesco De Franco, Stefano Amerighi e Giovanni Scarfone. Alla compagine poco dopo si unirà il pantesco Francesco Ferreri dell’azienda Tanca Nica, il più giovane con i suoi 30 anni.

Altro minimo comune denominatore tra tutti è il Mediterraneo: «Abbiamo trovato in Marsala – si unisce Stefano Amerighi – una casa comune, ma il mare è alla portata di tutti noi, anche di me che sono aretino, etrusco come dicono i ragazzi: quindi anche io discendo dalla mezzaluna fertile, la Mesopotamia!». Un collante fortissimo, tanto da scegliere una frase dello storico Fernand Braudel in retroetichetta: “Che cos’è il Mediterraneo? Mille cose insieme. Non un paesaggio, ma innumerevoli paesaggi. Non un mare, ma un susseguirsi di mari. Non una civiltà, ma una serie di civiltà accatastate le une sulle altre” .

L’idea di inserirli in uno stile “naturale” sta a tutti un po’ stretta: «Da marchigiano – continua Corrado – penso che la naturalità possa essere una peculiarità del Sud, un fattore più umano che scientifico. Tanti giovani viticoltori sono partiti da zero, su terreni vergini, prendendosi anche dei rischi». I primi vini in commercio saranno il rosato e il rosso, per il bianco bisognerà aspettare un po’. In tutto, per ora, 4000 bottiglie circa che verranno auto-distribuite. Sei teste – più quelle delle loro mogli – ciascuna con un’idea precisa del proprio vino. Ma per Halarà ne serviva una: «E credo che ci siamo riusciti – sostiene Francesco De Franco – un certo “narcisismo del vignaiolo” è stato messo da parte ed è prevalsa la voglia di confronto. L’obiettivo non è quello di fare il vino migliore che c’è, ma credere in forme di aggregazioni sociali differenti e pensiamo che la campagna in questo aiuti più della città». «E aggiungerei il mare – gli fa eco Giovanni Scarfone – d’altronde siamo la generazione dei 40-50enni e il nostro film preferito è Mediterraneo di Gabriele Salvatores».

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