Come un faro, la scritta al neon “Bar Basso” – corsivo bianco su uno sfondo rosso Campari –, illumina l’orario dell’aperitivo milanese. Dirigetevi verso di essa lungo via Achille Maiocchi e varcate la porta, superando signore sui tacchi con i cani ai loro piedi. Pagate per un cocktail alla cassa, e guadagnatevi un posto al bancone dal piano di zinco. Qui, stretti tra gli altri avventori, godetevi drink e snack come patatine e olive di Castelvetrano.
Il Bar Basso si trova circa tre chilometri a nordest dal Duomo e la Galleria Vittorio Emanuele II, contrapposte cattedrali devote a Dio e al commercio che attirano milioni di turisti. Ma questa istituzione del bere miscelato che vanta 79 anni di attività rappresenta il cuore della cultura dei cocktail in città. La comunità milanese del design la reclama come la propria “casa”; così fanno pure artisti e scrittori, e i medici del vicino ospedale. Veniteci una volta sola, e vi convincerete che è anche la vostra.

Non è cambiato molto da quando, nel 1967, Mirko Stocchetto comprò il locale da Giuseppe Basso: i pavimenti in marmo rosa, le spesse tende di velluto, i lampadari di cristallo, i barman con le loro camicie bianche inamidate e le cravatte rosse che dosano i liquori direttamente dalla bottiglia. Nato a Venezia, Stocchetto aveva lavorato negli alberghi della sua città durante la Seconda guerra mondiale, servendo gli ospiti dall’occupazione tedesca fino alla liberazione da parte degli alleati. Divenne amico di un bartender del leggendario Harry’s Bar e lo seguì a Cortina d’Ampezzo, dove la neve attraeva jet-setter e troupe cinematografiche dagli Stati Uniti.
«Gli americani portavano ottimismo, sigarette e uno stile di vita che allora gli italiani non conoscevano», racconta Maurizio Stocchetto, figlio di Mirko e attuale proprietario del Bar Basso. «Molti giovani bartender, incluso mio padre, iniziarono a seguire il denaro. Imparò a preparare drink per una sofisticata clientela internazionale».
Dopo venti anni a Cortina, Mirko si trasferì a Milano per rilevare il Bar Basso e portò in questo bar di quartiere tutto lo smalto di un grand hotel. Nel 1972 si mise a giocare con le regole classiche del Negroni, sostituendo il gin con dello spumante. Battezzò questo drink, più leggero e bevibile, lo “Sbagliato”. Qui, viene servito in un bicchiere enorme, perfetto per la nostra epoca devota a Instagram, che strizza l’occhio alla filosofia americana del “più grande è, meglio è” che ha plasmato l’identità del Bar Basso.
Nel corso dei decenni, Maurizio ha conquistato clienti affezionati nel mondo del design e della moda. Le modelle si fermano qui in cerca di un agente, e viceversa. I giornalisti si appollaiano ai tavoli per intervistare galleristi e produttori di mobili. I milanesi “comuni” trovano l’amore mentre sono pigiati insieme al bancone. Gli studenti restano seduti per ore ai tavolini sul marciapiede. «Proviamo ad accogliere più tipi di gente possibile», dice Maurizio. «Altrimenti, diventa un po’ noioso».
La classifica dei migliori bar per Food&Wine
1. Bar Basso, Milano
2. Bar Orchard, Tokyo
3. Bramble Bar, Edimburgo
4. Bar Bon Funk, Singapore
5. Alfie’s Soho, Londra
6. Bar Pompette, Toronto
7. Bar Vitrine, Copenaghen
8. Jerry Thomas Bar Room, Roma
9. Bar Leone, Hong Kong
10. Bar Trigona, Kuala Lampur