La viticoltura di montagna dovrà adattarsi a temperature sempre più elevate e a periodi di siccità più frequenti. È questa la conclusione di due studi condotti dalla Libera Università di Bolzano (Unibz), che individuano alcune possibili strategie per preservare la qualità delle uve e dei vini prodotti nelle aree alpine. Le ricerche, realizzate dal gruppo di Ecofisiologia dei sistemi arborei della Facoltà di Scienze agrarie, ambientali e alimentari, si concentrano su tre aspetti: una gestione più mirata dell’irrigazione, la scelta di vitigni più resilienti e l’impiego di tecniche agronomiche capaci di ritardare la maturazione delle uve.
In che modo queste ricerche possono aiutare i vitigni
L’obiettivo è rispondere agli effetti del cambiamento climatico, che stanno modificando il ciclo vegetativo della vite. L’aumento delle temperature, infatti, accelera la maturazione dei grappoli, con il rischio di ottenere vini caratterizzati da un maggiore tenore alcolico e da una minore acidità, alterando l’equilibrio che contraddistingue molte produzioni di montagna.
Il primo studio, pubblicato sulla rivista Scientia Horticulturae, analizza proprio questo fenomeno. I ricercatori hanno sperimentato l’impiego del pinolene, un antitraspirante naturale ricavato dalle resine delle conifere, osservando come il trattamento possa ritardare la maturazione delle uve di circa dieci giorni. Un intervallo che potrebbe consentire di spostare la vendemmia in un periodo climaticamente più favorevole e contribuire a mantenere un migliore equilibrio qualitativo delle uve.

La ricerca evidenzia però anche i limiti di questa soluzione. Nei vigneti di montagna, infatti, le precipitazioni estive possono dilavare il prodotto, riducendone l’efficacia. Per questo motivo gli studiosi sottolineano la necessità di adattare gli interventi alle caratteristiche climatiche e ambientali di ciascun territorio, evitando approcci standardizzati.
Il secondo lavoro, pubblicato sull’Australian Journal of Grape and Wine Research, si concentra invece sulla gestione dello stress idrico. Lo studio ha confrontato il comportamento di due varietà bianche molto diffuse, Sauvignon Blanc e Chardonnay, valutandone la risposta alla scarsità d’acqua nelle diverse fasi dello sviluppo dei grappoli.
I risultati indicano che una carenza idrica nelle prime fasi della crescita degli acini può compromettere la produzione in misura maggiore rispetto a una siccità che si manifesta nelle settimane precedenti la vendemmia. Dalle prove emerge inoltre che lo Chardonnay mostra una maggiore tolleranza allo stress idrico rispetto al Sauvignon Blanc, suggerendo come la scelta varietale possa diventare uno degli strumenti di adattamento più efficaci in un contesto climatico in evoluzione.
Secondo i ricercatori, la resilienza della viticoltura di montagna passerà quindi attraverso una combinazione di pratiche agronomiche, piuttosto che da una singola soluzione tecnica: «Non esiste una soluzione universale», spiega Damiano Zanotelli, docente di Coltivazioni arboree della Libera Università di Bolzano. «L’adattamento passerà attraverso la combinazione di più strategie, calibrate sulle caratteristiche del singolo vigneto, per continuare a produrre vini di qualità e legati al territorio».