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Le patate hanno modificato il Dna degli abitanti delle Ande

Una ricerca pubblicata su Nature mostra come migliaia di anni di alimentazione abbiano favorito la diffusione dei geni che migliorano la digestione dell'amido.

Migliaia di anni di consumo abituale di patate hanno lasciato un segno nel Dna delle popolazioni delle Ande. Un studio pubblicato sulla rivista scientifica Nature Communications dimostra che gli abitanti di questa regione possiedono una capacità eccezionale di digerire l’amido, sviluppata attraverso un lungo processo di selezione naturale. La ricerca ha individuato una caratteristica genetica che distingue le popolazioni andine dal resto del mondo: una presenza molto elevata del gene AMY1, responsabile della produzione dell’amilasi salivare, l’enzima che avvia la digestione dell’amido già durante la masticazione.

Il tubero arriva proprio dalle Ande

Secondo gli autori dello studio, le comunità indigene possiedono in media fino a quattro volte più copie di questo gene rispetto alle altre popolazioni umane analizzate finora. Si tratta di un adattamento che affonda le sue radici nella storia alimentare di questo territorio, dove la patata rappresenta una risorsa fondamentale da migliaia di anni.

Le Ande e la patata condividono infatti un rapporto antico. Il tubero è presente nell’area almeno dal 3000 a.C. e costituiva uno degli alimenti centrali della dieta dell’impero Inca molto prima dell’arrivo dei conquistadores spagnoli, che nel XVI secolo lo introdussero in Europa, cambiando per sempre la storia dell’alimentazione mondiale.

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Lo studio chiarisce però un aspetto importante: non è stata la patata a modificare direttamente il patrimonio genetico umano. Il meccanismo è stato molto più graduale e riguarda la selezione naturale: circa diecimila anni fa, con la progressiva diffusione della coltivazione della patata, gli individui che possedevano naturalmente un maggior numero di copie del gene AMY1 riuscivano a estrarre più energia dai tuberi e a utilizzare in maniera più efficiente i nutrienti disponibili. Questa capacità offriva un vantaggio concreto in termini di salute, sopravvivenza e possibilità di riproduzione.

Secondo i ricercatori, il beneficio stimato era pari all’1,24%. Una percentuale apparentemente minima che, accumulandosi nel corso di centinaia di generazioni, si è trasformata in un vantaggio evolutivo determinante. Il biologo Omer Gokcumen dell’Università della California di Los Angeles, tra gli autori dello studio, sottolinea che gli abitanti delle Ande non hanno sviluppato nuove copie del gene dopo aver iniziato a consumare patate. È stato piuttosto l’ambiente a favorire la diffusione di una caratteristica genetica già presente in una parte della popolazione.

Il fenomeno ricorda quanto avvenuto in Europa con la tolleranza al lattosio. Anche in quel caso, l’introduzione dell’allevamento e il consumo regolare di latte hanno favorito gli individui capaci di digerire il lattosio in età adulta, rendendo questa caratteristica sempre più diffusa nel corso del tempo.

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