In Scozia ci sono così tante scorte di whisky in maturazione che, se tutto il prodotto venisse imbottigliato, si potrebbero riempire circa 12 miliardi di bottiglie da 70 centilitri. È il paradosso di un settore che negli ultimi quindici anni ha aumentato la produzione aspettandosi una crescita della domanda che non si è consolidata. Oggi le distillerie devono fare i conti con consumi più prudenti, costi crescenti e magazzini pieni.
È quella che viene definita una situazione di whisky loch, un riferimento al termine scozzese per indicare i laghi e, in questo caso, l’enorme quantità di whisky che resta nei depositi. Le scorte in maturazione sono passate da meno di 400 milioni a circa 1,4 miliardi di litri in un decennio, secondo i dati riportati dal Financial Times. Ai livelli attuali di consumo equivalgono a circa tre anni di domanda.
A essere più esposte sono soprattutto le distillerie indipendenti, che hanno meno risorse per sostenere una fase prolungata di domanda debole.
Perché lo Scotch è entrato in crisi
Uno dei casi raccontati dal Financial Times è quello della Holyrood Distillery, aperta a Edimburgo nel 2019 dopo un investimento di quasi 7 milioni di sterline. La distilleria conserva circa 4.500 botti in maturazione, ma in primavera ha fermato a tempo indeterminato i due grandi alambicchi di rame dopo il rallentamento della domanda.
Il problema nasce da lontano. Intorno al 2010 l’industria aveva aumentato la produzione puntando sulla crescita futura dei consumi. La pandemia sembrò inizialmente confermare questa strategia: il tempo trascorso in casa e una maggiore disponibilità di denaro spinsero parte dei consumatori a sperimentare cocktail e distillati.
La situazione è cambiata dopo la pandemia. L’inflazione e l’aumento del costo della vita hanno ridotto la capacità di spesa, mentre una maggiore attenzione alla salute ha modificato le abitudini legate all’alcol. Negli Stati Uniti, uno dei mercati più importanti per lo Scotch, il consumo pro capite di alcol è inferiore dell’11% rispetto al 2019.

Anche il commercio internazionale ha contribuito alle difficoltà. Nel 2025 le esportazioni di Scotch sono diminuite dell’1,8% in valore e del 4,3% in volume, secondo la Scotch Whisky Association. Gli Stati Uniti hanno registrato un calo particolarmente significativo dopo l’introduzione dei dazi nel 2025, mentre nel 2026 il quadro commerciale è in parte cambiato.
La Generazione Z viene spesso indicata come una delle cause del minore consumo di alcol, ma i dati restituiscono un quadro meno semplice. Secondo Iwsr il 74% dei giovani della Gen Z in età legale per bere aveva dichiarato di aver consumato alcol nei sei mesi precedenti, contro il 66% di tre anni prima. Più che un rifiuto dell’alcol, quindi, potrebbe esserci anche una maggiore attenzione alla spesa.
Il whisky cambia per trovare nuovi consumatori
La sovrapproduzione sta costringendo le aziende a ripensare anche il modo in cui viene venduto lo Scotch. A fianco delle bottiglie tradizionali stanno comparendo whisky più dolci e fruttati, prodotti pensati espressamente per la miscelazione e cocktail già pronti in lattina.
Anche i grandi marchi stanno cercando di ampliare il pubblico. Johnnie Walker sta sperimentando prodotti più economici rivolti anche a consumatori più giovani, cercando di allontanarsi dall’immagine dello Scotch come prodotto destinato soprattutto a intenditori adulti.
La necessità di cambiare arriva mentre una parte consistente della produzione continua a essere destinata a categorie premium. Nel 2025 il valore delle esportazioni di single malt è diminuito del 6%, mentre i blended hanno mostrato una maggiore tenuta.
Le distillerie indipendenti sono le più esposte
La differenza tra grandi gruppi e produttori indipendenti diventa particolarmente evidente in una fase in cui le scorte richiedono anni di immobilizzazione prima di poter essere vendute. Diageo e Pernod Ricard controllano insieme più della metà del mercato e possono contare su risorse finanziarie che permettono di aspettare più a lungo.
Per le distillerie più piccole il margine di manovra è invece ridotto. Secondo Duncan McFadzean di Noble & Co fino a un quarto delle circa 160 distillerie scozzesi potrebbe finire sul mercato. Le banche sono diventate più prudenti nel finanziare il settore e alcuni investitori stranieri stanno guardando alle aziende in difficoltà.
L’India può diventare uno sbocco per lo Scotch
Tra i mercati considerati più importanti per assorbire una parte della produzione c’è l’India. È già il principale mercato mondiale dello Scotch per volume: nel 2025 sono state esportate nel Paese oltre 220 milioni di bottiglie equivalenti da 70 centilitri, mentre il valore delle esportazioni ha raggiunto circa 286 milioni di sterline. Lo Scotch rappresenta però soltanto il 3% circa del mercato indiano del whisky.
Il nuovo accordo commerciale tra Regno Unito e India offre quindi una possibilità di crescita. I dazi sull’importazione di Scotch sono passati dal 150% al 75% con l’entrata in vigore dell’accordo e sono destinati a scendere progressivamente fino al 40% nell’arco di dieci anni.
Per il settore non si tratta però di una soluzione immediata. L’India può offrire un mercato in crescita e nuovi margini per le esportazioni, ma non risolve da sola il problema creato negli ultimi anni dall’aumento della produzione. La questione centrale rimane quella di riallineare la quantità di whisky che viene prodotta alla quantità che i consumatori sono effettivamente disposti ad acquistare.