Camilla Lunelli: il Trentodoc e la scommessa per il futuro

Puntare ad altitudini sempre più elevate per limitare i danni del riscaldamento globale

Lunelli

Quando le chiedo di parlarmi dei vini di montagna si entusiasma: forse glielo chiedono meno di quanto vorrebbe, naturalmente l’argomento l’appassiona più di altri. Le Dolomiti sono patrimonio dell’Unesco e anche un po’ “suo” .
E sì che Camilla Lunelli, socia e responsabile della comunicazione di Cantine Ferrari del Gruppo Lunelli (che comprende oltre alle bollicine Trentodoc anche quelle del prosecco Bisol, l’acqua Surgiva, i vini fermi delle tenute Lunelli in Toscana, Umbria e Trentino, e grappa Segnana) per un periodo si è allontanata dalle cime di casa. Nei primi anni del Duemila, dopo un periodo di consulenza in Deloitte, ha lavorato in Niger e Uganda, tra programmi di erogazione di microcredito per il reinserimento di ex combattenti e asili nido.

È tornata a Trento nel 2004 e da allora lavora a fianco della terza generazione di Lunelli, con Matteo, Alessandro e Marcello. «Produrre bollicine di montagna, la caratteristica distintiva della Trento DOC, è stata la grande intuizione di Giulio Ferrari a fine 800. È ciò che ci distingue dalle altre bolle italiane e che ci permette di lavorare sulla finezza del prodotto anche se ci troviamo mille chilometri più a Sud della Champagne. In altitudine», si spingono fino ai 700 mt i vitigni di famiglia, anche il Pinot Nero viene coltivato ben al di sopra della quota valle, «si verifica una particolare escursione termica che rende uve semiaromatiche come lo chardonnay particolarmente ricche di aromi, caratteristica quest’ultima che si traduce in longevità e complessità».

La montagna è l’assicurazione di famiglia, «fondamentale in un contesto di riscaldamento globale». Una viticoltura (tutta certificata biologica) da un lato più sicura, quindi, ma comunque eroica per le condizioni che impone: rese inferiori, irrigazione difficoltosa, e lavorazioni strettamente manuali «che sono, sì, richieste dal disciplinare ma anche le uniche possibili. È prematuro parlarne ma ci siamo già mossi per piantare nuovi vigneti in zone tradizionalmente non vitate». Più in alto, quindi, e anche più in là nel tempo, lavorando per prolungare progressivamente l’affinamento sui lieviti. «A partire dal Perlé Bianco Riserva, che passa oltre 8 anni sui lieviti, per arrivare al Giulio Ferrari Collezione, che matura per un ventennio».

Tassello in complementare alla ricerca sul prodotto è la valorizzazione del suo servizio. Così è nato il Ferrari Trento Art of Hospitality Award, assegnato in occasione di tre edizioni dei World’s 50 Best, il lavoro sulle giornate dedicate alla sala durante il congresso di Identità Golose e quello sulla formazione all’accoglienza. «Ci piacerebbe ampliare la riflessione sull’ospitalità anche al mondo dell’hôtellerie, che in questo senso è ancora più valorizzato all’estero. Lavoro da fare ce n’è, ma c’è anche terreno fertile».

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