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Il riso italiano è in crisi: prezzi in calo e concorrenza dall’India

Grandinate, siccità e aumento delle importazioni hanno complicato la campagna 2025/2026. Per alcune varietà il valore riconosciuto ai produttori è sceso di quasi la metà.

Il riso italiano sta attraversando una delle campagne più difficili degli ultimi anni. Nell’arco di una sola stagione i prezzi di alcune delle varietà più coltivate sono diminuiti anche di quasi il 40%: il Lungo B, che un anno fa arrivava a circa 520 euro alla tonnellata, oggi viene venduto a un massimo di 330 euro. Per l’Arborio il calo è del 31%, per il Carnaroli del 27%, mentre il Vialone Nano è passato da oltre mille euro alla tonnellata a meno della metà.

Per i risicoltori italiani è l’effetto di una combinazione di fattori. Ci sono stati gli eventi meteorologici estremi, dalla grandine alla siccità, ma soprattutto è cambiato il mercato internazionale. Il ritorno del riso indiano sui mercati mondiali e la debolezza del dollaro hanno aumentato la pressione sui prezzi europei, proprio mentre in Italia e in Spagna aumentavano nuovamente le superfici coltivate.

Una campagna iniziata con la grandine

La campagna commerciale del riso non coincide con l’anno solare: va dal primo settembre al 31 agosto successivo. Quella 2025/2026, ormai prossima alla conclusione, era iniziata con un evento meteorologico particolarmente dannoso.

Tra il 24 e il 25 settembre 2025 una forte grandinata colpì gran parte della risicoltura del Nord Italia, con conseguenze particolarmente pesanti in provincia di Vercelli. Il momento era quello della raccolta e quindi le piante erano più vulnerabili: quando il chicco è già formato, la grandine può spezzare le pannocchie e farlo cadere a terra.

Come riporta Il Post «Solitamente la grandine colpisce in una zona poco estesa e non impatta mai per più dell’1 per cento del raccolto complessivo», ha spiegato Enrico Losi, responsabile dell’Area Mercati dell’Ente Nazionale Risi. Nel 2025, invece, secondo le stime dell’ente, i danni hanno provocato una riduzione della produzione di circa il 10%. In alcune aree della provincia di Vercelli gli agricoltori hanno perso fino alla metà del raccolto.

Il problema climatico non si è fermato lì. La siccità e le ondate di calore continuano a rappresentare una delle principali difficoltà per la risicoltura italiana. Nel 2022, per esempio, le temperature elevate avevano fatto scendere la resa media da 6,6 a 5,8 tonnellate per ettaro, con una perdita del 12%.

Quest’anno il calo dovrebbe essere più contenuto, anche grazie ai sistemi di distribuzione dell’acqua adottati tra le diverse aree del Piemonte e della Lomellina, in provincia di Pavia. Sono anche il risultato dell’esperienza del 2022, quando la scarsità d’acqua aveva provocato forti tensioni tra gli agricoltori.

Il problema principale è il mercato internazionale

Il clima, però, non spiega da solo la crisi dei prezzi. Il principale elemento di pressione sul riso italiano è stato il mercato internazionale. L’Italia è il primo produttore di riso dell’Unione europea e circa il 60% della sua produzione viene esportato, soprattutto verso Francia, Germania e Regno Unito. Questo rende il settore particolarmente esposto alle variazioni dei prezzi internazionali e alla concorrenza dei grandi produttori asiatici.

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Negli ultimi mesi il ritorno del riso indiano sui mercati mondiali ha contribuito ad aumentare l’offerta. L’India, da sola, rappresenta circa un terzo delle esportazioni mondiali di riso e aveva limitato le esportazioni per quasi un anno e mezzo, nel tentativo di aumentare le scorte interne e contenere i prezzi in vista delle elezioni del 2024.

Quando l’India è tornata a esportare, nella seconda metà del 2024, una parte del vantaggio accumulato dai produttori italiani negli anni precedenti è progressivamente venuta meno. Il riso asiatico è tornato a essere disponibile in quantità maggiori proprio mentre Italia e Spagna aumentavano le superfici coltivate dopo alcune annate segnate dalla siccità.

A questo si è aggiunto l’andamento del dollaro. Poiché i prezzi internazionali del riso sono espressi in dollari, un indebolimento della valuta statunitense rispetto all’euro rende relativamente meno costose per gli acquirenti europei le importazioni dall’Asia. Il risultato è una maggiore pressione sul prodotto italiano.

Le superfici coltivate cambiano

Nonostante il calo dei prezzi, i risicoltori italiani non hanno smesso di seminare. Secondo le stime dell’Ente Nazionale Risi, nel 2026 sono stati coltivati circa 2.335 chilometri quadrati di risaie, circa 1.200 in meno rispetto al 2025 ma comunque più che nel 2023 e nel 2024.

A cambiare è soprattutto la composizione delle coltivazioni. Le superfici destinate al riso tondo sono aumentate da 568,2 a circa 775 chilometri quadrati. È la tipologia che, nella campagna appena conclusa, ha mostrato una maggiore tenuta sul mercato.

Anche questa scelta, però, potrebbe diventare un problema. Se molti produttori decidessero di puntare sul riso tondo, l’offerta potrebbe aumentare oltre la domanda nella prossima campagna, provocando una nuova pressione sui prezzi.

Cosa può succedere alla prossima campagna del riso

La nuova campagna, che inizierà a settembre, presenta già alcune incognite. Tra queste c’è il costo dei carburanti, destinato a risentire delle conseguenze della chiusura dello stretto di Hormuz. Aumentano anche i costi di alcuni fertilizzanti, in particolare quelli a base di urea, molto utilizzati nei paesi asiatici.

Per i produttori italiani potrebbe quindi diventare necessario chiedere prezzi più alti per compensare l’aumento dei costi. Ma non è detto che il mercato sia disposto ad assorbirli.

Uno scenario favorevole potrebbe arrivare proprio dall’Asia. Se i costi di produzione e le difficoltà climatiche dovessero ridurre la disponibilità di riso sui mercati internazionali, il prezzo potrebbe aumentare e rendere meno conveniente per i paesi europei acquistare prodotto asiatico. In quel caso il riso italiano potrebbe recuperare competitività.

Anche El Niño, iniziato a giugno, potrebbe avere un ruolo. Il fenomeno tende a modificare il regime delle precipitazioni e delle temperature in diverse aree del pianeta e può aumentare il rischio di siccità in alcune regioni dell’Asia meridionale e sudorientale, tra le principali aree produttrici di riso. Gli effetti più significativi, però, potrebbero arrivare nel 2027, quindi non è ancora possibile stabilire quanto possano incidere sulla prossima campagna italiana.

Per ora, quindi, il quadro resta incerto. Dopo una stagione segnata dal calo dei prezzi, dai danni meteorologici e dal ritorno della concorrenza asiatica, i produttori italiani si preparano a una nuova campagna senza avere ancora indicazioni sufficienti per capire se il mercato tornerà a premiarli.

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