Alto Piemonte, the next big thing

Non è ancora rinomata, se non tra intenditori. Ma la rapida evoluzione del suo panorama produttivo la candida a prossimo “fenomeno”. Analisi di una macrozona in rapida ascesa.

“Confesso ingenuamente che l’ottimo vostro vino di Sizzano mi ha quasi convinto della possibilità di fabbricare in Piemonte vini di lusso. Cotesto vino possiede in alto grado ciò che fa il pregio dei vini di Francia e manca generalmente ai nostrani, il bouquet. Il bouquet del Sizzano non so- miglia a quello di Bordeaux, ma bensì al bouquet del Borgogna, il quale per certe qualità prelibate come il Clos Vougeot e il Romanet (sic) gode la primizia su tutti i vini di Francia. Or dunque rimane provato che le colline del Novarese possono gareggiare coi colli della Borgogna; e che a trionfare nella lotta sono necessari proprietari che diligentino la fabbri- cazione del vino e ricchi ed eleganti ghiottoni che ne stabiliscano la riputazione”.
Camillo Benso, Conte di Cavour

Esiste o no questo plurinominato cambiamento climatico? La temperatura del pianeta si sta o no innalzando? Risponderei di sì, da una serie
di osservazioni empiriche spicciole: il paesino di montagna che frequento fin da quando ero piccolo era un’oasi di frescura anche nelle più torride giornate estive, e oggi – anche a fine agosto – ha un clima che somiglia a quello della laguna di Maracaibo; in Sicilia ho visto piantagioni di mango; lo scorso luglio ha fatto talmente caldo, a Roma, che per avere un po’ di refrigerio ho dovuto accendere il forno.

Per questo mi sento di affermare, pur non essendo né un agronomo né un climatologo, che non ci sia dubbio alcuno sulla modifica dei rapporti di forza tra aree vinicole: alcune zone rinomate da decenni per i loro vini raffnati e delicati sfornano oggi palloni iperalcolici davvero poco facili da bere; altre terre, un tempo nemmeno tanto remoto madri di vinelli gracili e aciduli, attualmente sanno far nascere sempre più spesso vini dalla pienezza e dalla complessità aromatica rimarchevoli. Basti citare, come caso esemplare, il crescente successo dei vini spumanti prodotti nel sud dell’Inghilterra.

In questo quadro l’Italia non è certo un dipinto statico, ma piuttosto una realtà magmatica, in continua e sempre più veloce mutazione. La più recente “big thing” italica è stato il fenomeno esplosivo del territorio etneo. Prima ignoto alla maggioranza dei bevitori, poi via via più illuminato dai ri ettori della critica, oggi celebrato ai quattro angoli del mondo, a cominciare dall’imponente massa d’urto degli appassionati statunitensi.

Se posso azzardare un facile pronostico, credo che la “next big thing” nazionale sarà l’ampia e composita macrozona dei vini nordpiemontesi.
Poche altre aree vitivinicole possiedono oggi la miscela di storia, originalità delle tradizioni di coltura e vini cazione, ricchezza di modelli e declinazioni stilistiche dei vini che può vantare il Nord Piemonte. A questo si aggiunge, appunto, la spinta di accelerazione generata dal cambio climatico. Che certo non ha un peso decisivo, si badi, essendo solo uno dei motori del generale miglioramento della qualità dei vini di questa terra. Molta parte nella crescita dello standard di questi vini viene dal lavoro dell’uomo.

Per logica espositiva, dovremmo a questo punto inserire una più o meno ricca disamina enografica: vale a dire una razionale illustrazione delle caratteristiche del territorio, delle varietà di uva coltivate, delle peculiarità pedoclimatiche, e soprattutto delle diverse realtà produttive dell’area. Viceversa questo articolo sarà soprattutto un taccuino di impressioni personali, senza pretesa di sistematicità né tantomeno di esaustività. Comunque, per inquadrare in termini generalissimi il campo, basti sapere che per “Nord Piemonte” si intende una larga e disomogenea porzione del territorio regionale preappenninico che si estende grosso modo tra le città di Biella e Novara, nella sezione meridionale della verdissima Valsesia; con un’appendice più a nord in Val d’Ossola, cioè nel cuneo italiano che s’incastra in Svizzera. È soprattutto un distretto altocollinare o semi-montuoso – da alcune vigne si ammira il sontuoso colpo d’occhio del Monte Rosa – che contava su superfici vitate sorprendentemente vaste in epoca preindustriale, cioè fino alla fine degli anni 40 del secolo scorso. Gli abbandoni delle campagne, frequenti in ogni parte della penisola no agli anni 70, hanno dissanguato anche la viticoltura locale, che è passata da migliaia di ettari coltivati a poche centinaia. Poi il lento recupero. In alcuni casi, per il rotto della cuffa: nelle valli ossolane erano rimasti in quattro o cinque a fare vino.

L’attuale Consorzio Tutela Alto Piemonte rappresenta diverse denominazioni d’origine: Boca, Bramaterra, Colline Novaresi, Coste della Sesia, Fara, Gattinara, Ghemme, Lessona, Sizzano, Valli Ossolane. A questo elenco va aggiunta l’altrettanto illustre Doc Carema, che non rientra nell’assetto consortile per motivi burocratici e forse polemici dei quali non so nulla e sui quali non ho inteso condurre alcun approfondimento, visto che da decenni mi tengo accuratamente alla larga dalle baruffe tra produttori.

E i vini? Come sono, i vini? I vini, generalizzando brutalmente, sono accomunati da un tratto distintivo: si bevono. Nel senso che non si centellinano, non si sorseggiano mettendo le labbra a culo di gallina; né tantomeno si masticano per una poderosa densità estrattiva. Si bevono. Con grande facilità. Sono insomma quasi sempre vini agili, slanciati, freschi, ariosi, dinamici. Sono l’opposto dei macigni alcolici e ipertrofici che andavano di moda – e ancora vanno qua e là – negli anni 90. Certo, si tratta appunto di una generalizzazione brutale. Un delicato Lessona è magari simile a un Sizzano, ma entrambi hanno in media una struttura – soprattutto tannica, ma anche alcolica – ben diversa da un monumentale Gattinara o da un robusto Ghemme. Però l’elemento comune rimane un’inarginabile facilità di beva.

Identità nelle differenze, si potrebbe riassumere. Le differenze, oltre che dall’ovvia variabilità di filosofie in vigna e in cantina, stanno molto nei terreni e nelle giaciture. A puro titolo riassuntivo: i Boca nascono da suoli di rocce vulcaniche e sono di solito un virtuoso compromesso tra la potenza dei Gattinara e la delicatezza dei Lessona. I Bramaterra vengono a loro volta da terre formate da sfaldamenti di materiale vulcanico, con qualche inserto sabbioso più superficiale; hanno tendenzialmente buona struttura e un assetto aromatico più intenso e robusto che ricco di nuances. I Fara, da terreni più argillosi, sono comunque in media rossi non troppo potenti. I Gattinara – da vigne su pendii molto scoscesi – godono da decenni di una fama consolidata, e possono raggiungere vertici di complessità aromatica e gustativa che non temono confronti con nessun vino (italico o estero). Non molto meno performanti sono i confinanti Ghemme, leggermente meno profumati ma altrettanto salini e minerali. I Lessona sono forse i rossi più fini e quintessenziali dell’intera area: hanno per lo più ampio spettro olfattivo e un rilievo tattile preciso, dai tannini setosi. Molto simili ai Lessona i Sizzano (che come si è letto più sopra hanno a suo tempo suscitato l’entusiasmo cavourriano), di solito altrettanto sottili e puri. I Carema si esprimono sul versante della nezza tannica, dell’iridescenza dei profumi, della precisione del tocco al palato. Colline Novaresi e Valli Ossolane formano un nutrito catalogo di tipologie, e permettono all’appassionato in cerca di buoni affari di bere bene e benissimo a cifre di solito piuttosto contenute.
Molti di questi vini – anzi per la verità quasi tutti – sanno maturare con grazia, e riservano belle sorprese a chi li sa attendere qualche anno in cantina.

D’accordo, si dirà. Ma almeno sapere da che uve sono ottenuti, si può? Certo che si può: l’Alto Piemonte è un contenitore di un bel numero di vitigni tradizionali. Si parte dal nebbiolo, cioè il gioiello della regione, qui chiamato “spanna” (e nelle valli ossolane “prünent”). Si passa poi a uve rosse meno celebrate, però valide: vespolina (che dà vini pepati e succosi), croatina, uva rara; oltre ovviamente all’ubiqua barbera.
Non mancano i vitigni a bacca bianca, a cominciare dall’erbaluce. Che dà vini in media vibranti, sapidi, di bella progressione gustativa; e in taluni casi di spazialità e complessità davvero sorpren- denti. Qualche coraggioso vignaiolo continua – o riprende – l’antica e peculiare forma di allevamento della vite detta “maggiorina”. Un metodo che non prevede filari, bensì aree quadrate di circa quattro metri di lato, che ospitano al centro le piante (spesso di diverse varietà). Progressivamente abbandonato perché impossibile da meccanizzare nei trattamenti, «è un metodo geniale dal punto di vista della potatura e del lavoro primaverile ed estivo», nella parole di Silvia Barbaglia, giovane produttrice di Boca, «ma decisamente antieconomico». Eppure favorisce un’ottima qualità dei frutti, e non si vede perché i disciplinari di produzione dei vini Doc oggi non lo ammettano (è consentito solo per fare vino da tavola).

Letto fin qui, il testo sembra quasi un dépliant dell’ente del turismo locale. Tutto bello, tutto riuscito, tutto in crescita. Ovviamente alcuni punti deboli ci sono. I vini cosiddetti di base sono facili da bere, ma possono pure avere qualche tratto di rusticità (a cominciare da una grana tannica piuttosto grossa) e qua e là qualche deficit di maturazione. Inoltre l’assaggiatore anche non troppo pignolo non può che registrare una certa disomogeneità stilistica: all’interno di una stessa denominazione coesistono rossi austeri, progettati per una lenta maturazione in cantina, e rossi fruttati e immediati, di stile chiamiamolo internazionale; vini “moderni” e vini dalla con gurazione autunnale, un po’ sfibrati e stanchi già all’uscita sul mercato.

Sono, vivaddio, piccoli problemi di un’area in espansione. Il quadro generale è ampiamente positivo e molto promettente per il futuro. La varietà dell’offerta, l’evidente curva di crescita della qualità, la convenienza dei prezzi medi per bottiglia, ne fanno la next big thing del vino italiano.

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