COVER STORY: LE DONNE DEL VINO

Nuove generazioni e pioniere del settore. Competenze e approcci diversi ma ugualmente innovativi e forti. Un mosaico di storie affascinanti che raccontano il presente e soprattutto il futuro dell’industria enologica.

le donne del vino

SCADERE NEL CLICHÉ È PERICOLOSAMENTE FACILE. Eppure non dovrebbe esserlo. Che cosa, nel parlare di professionalità – qualunque professionalità – al femminile ispira collane di perle scontatissime? Perché bisogna sempre farne una questione di genere, quando invece dovrebbe essere solo di merito? Possibile che non ci riesca di valutare il contributo del genere donna indipendentemente da considerazioni che riguardano famiglia e forma fisica? Noi ci proviamo e nelle pagine che seguono vi presentiamo le storie di donne del vino (sia nuove generazioni, non strettamente in senso anagrafico, sia grandi personaggi che hanno rivoluzionato il settore) che, per fortuna, non devono dimostrare nulla, ma semplicemente lavorare e far conoscere il frutto dei propri sforzi. La capacità di credere nel valore di una squadra, la necessità di mantenere gli equilibri nelle grandi famiglie del vino, il coraggio di cambiare rotta, stravolgendo carriere forensi o scientifiche per tornare alle radici: è questo l’universo che vorremmo raccontare. Strade impervie percorse, spesso faticosamente, per emergere e staccarsi dall’immaginario maschile. Donne che producono vino, che lo vendono, lo degustano e lo promuovono con determinazione. Troppo spesso si sente dire che quel determinato vino è “per un pubblico femminile”. Etichetta, anche questa, superficiale e datata perché le cose sono cambiate. È affascinante conoscere le vicende umane e professionali di tante donne, e non necessariamente perché provengono da famiglie di vignaioli. Tutte hanno deciso di crearsi un’identità attorno al vino, lanciando tendenze, assistite da un’etica forte e dal desiderio di ridisegnare il passato, innovandolo con successo.

Sono caratteristiche che descrivono bene, per esempio, Nadia Verrua dal Monferrato meno patinato. Nadia rappresenta la quarta generazione di viticoltori di Cascina Tavijin a Scurzolengo. Attiva fin dal 1908, la sua famiglia ha inizialmente prodotto vino per autoconsumo e vino sfuso. “Tavijin” ricorda il nome del bisnonno Ottavino e del padre di Nadia, Ottavio. Con l’approdo della figlia in azienda, negli anni 90, arriva la rivoluzione: si passa da un approccio convenzionale a un concetto estremo di vini naturali. I Verrua hanno 7 ettari vitati, con una produzione di 25mila bottiglie l’anno e dal 2007 sono certificati in biologico. Nadia non ama i riflettori. Carattere introverso, si racconta con poche parole: «I nostri vini nascono dalla passione incondizionata per queste terre che i miei genitori, che lavorano ancora con me, hanno portato avanti con fatica e tenacia. La stessa che, ogni giorno, mi porta in vigna e poi in cantina. Il vino è uva spremuta. Mi sono resa conto che dovevo realizzare prodotti umorali, sovversivi, fuori dagli schemi ma anche fedeli alle origini. Vini che puoi bere subito oppure attendere. Verso i vent’anni mi sono accorta dell’amore per questo mestiere, ho affiancato i miei genitori e imparato sul campo, stagione dopo stagione. Alla fine ho acquisito una visione da vignaiola rivoluzionaria». Alla madre Teresa ha dedicato l’etichetta del Ruché mentre al papà Ottavio il Grignolino, due vitigni locali storici di Tavijin. Poi è arrivata la sua Barbera. Nadia racconta: «La commissione delle denominazioni di origine rifiutò la nostra Barbera 2011. Non volendo venderla sfusa, abbiamo deciso di metterla in bottiglia con un’etichetta provocatoria e l’abbiamo chiamata Bandita. Le vendite sono state dalla nostra parte e questo mi ha fatto capire che anziché sottostare a un sistema, lontano dalle mie scelte, preferivo essere una vignaiola irriducibile, che crede ancora nei vini buoni o cattivi. Professo e applico la sostenibilità nel mio lavoro, biologico in vigna e naturale in cantina. Non mi sono mai pentita di questa strada e, ogni giorno, incontro donne del vino preparate e determinate che mi rendono fiera di ciò che faccio».

Spostandoci in Veneto troviamo Maria Vittoria Maculan, una signora che vuol fare l’enologa da sempre. Lei e la sorella Angela rappresentano la terza generazione dei Maculan. A Breganze, nell’Altopiano di Asiago, il padre Fausto ha creato il Torcolato, un grande vino dolce e liquoroso, ormai celebre nel mondo. Maria Vittoria ha sempre vissuto a contatto con le vigne e desiderato, fin da bambina, di fare la produttrice. Dopo il liceo, le sorelle si sono iscritte all’Università di Padova, facoltà di Scienze e tecnologie agrarie. Oggi Angela si dedica all’export mentre la sorella minore Maria Vittoria, 34 anni, enologa e in azienda dal 2007, ha debuttato seguendo la gestione dei vigneti, il controllo di maturazione delle uve, le fermentazioni e l’affinamento dei vini per poi sperimentarne di nuovi. Il fatto di essere donna, confessa, non l’ha aiutata: «Mi è capitato di sentirmi discriminata. I fornitori tendono a non fidarsi di una donna. Qualcuno ancora resta stupito quando mi presento come l’enologo dell’azienda, ma fortunatamente sono sempre meno quelli che chiedono “ma non c’è suo padre, o suo fratello?”». In cantina ha deciso di valorizzare i vitigni più resistenti alle malattie per creare grandi vini bianchi e rossi, una vera sfida. «Ho voluto piantare queste viti – spiega – per poter ridurre il numero di trattamenti e adottare una viticoltura più sostenibile. Mio papà era molto restio all’inizio, ma poi gli ho fatto assaggiare alcune di queste varietà e, alla fine, ha acconsentito a farmele piantare. Ho raccolto i primi grappoli e, a sua insaputa, li ho vinificati separatamente, anche se si tratta di una piccolissima quantità che non sarà certamente destinata al commercio. Sono troppo curiosa di provare il mio primo vino da uve resistenti».

Non meno caparbia è Ondine de la Feld: la sua Tenuta di Tavignano si trova a Cingoli, l’unico comune delle Marche in provincia di Macerata interessato alla produzione del Verdicchio dei Castelli di Jesi. Ondine arriva in azienda nel 2014 a supporto dello zio, l’ingegnere Stefano Aymerich di Laconi, un signore che aveva investito tempo e denaro per valorizzare questo territorio. La nipote, laureata in Architettura, dopo importanti esperienze professionali nel design, vede Tavignano come l’inizio di una nuova sfida. «Arrivata in azienda – ricapitola con noi – compresi subito le grandi potenzialità di questa terra, digiuna di tutto quanto fosse il mondo enoico. Iniziai a viaggiare in Italia e in Francia, assetata di conoscenza. Sapevo che la strada da vignaiola era in salita ma non mi sono mai arresa. Ho cercato di impegnarmi al massimo per definire uno stile. Ho portato nel 2015 il biologico e dal 2018 ho ottenuto la certificazione. Poi mi sono dedicata a un progetto “dispettoso”, con una linea contemporanea, sia in bottiglia che nel packaging, pensando al passato e usando un metodo di vinificazione ancestrale. Potrebbe quasi essere scambiata per una birra ma invece è un vino chiamato Pestifero». Ondine, che viaggia molto in qualità di “ambasciatrice” delle sue Marche, ricorda un episodio singolare, verificatosi in occasione di una degustazione negli Stati Uniti. Essendo di piacevole aspetto e vestita alla moda, aveva suscitato la curiosità degli assaggiatori che le avevano chiesto di cosa si occupasse in azienda, dubitando che potesse essere lei la produttrice. Si era difesa con un bel sorriso, affermando che la sua occupazione era di gestire la piscina della Tenuta. Oggi per fortuna le cose sono cambiate. Forse.

A dar voce all’Abruzzo troviamo invece Valentina Di Camillo, 39 anni e un DNA teatino. È una donna che ama in maniera incondizionata i numeri dispari e odia la simmetria. Entra nel mondo del vino grazie al fratello Luigi, già enologo di famiglia nella tenuta I Fauri, azienda che il padre Domenico aveva lasciato ai figli con la sfida di fare vino. Dopo il liceo, Valentina studia Chimica e Tecnologia Farmaceutica e intanto frequenta il Conservatorio a Pescara, diplomandosi in pianoforte. A fine corso riceve l’offerta di un posto da ricercatrice da un importante gruppo che, però, rifiuta per iscriversi, invece, a Enologia, con la complicità del fratello. Nel 2007 si laurea con una tesi sulla condizione socioeconomica delle aziende vitivinicole abruzzesi. «Ero una giovane enologa – ricorda – piena di dubbi in mezzo a un mondo del vino pieno di uomini strasicuri e diffidenti. Oggi sono un po’ meno timida e taciturna. Sono soddisfatta della mia scelta e preferisco un bicchiere di vino a una formula chimica. Da più di dieci anni vivo, a tempo pieno, l’azienda di famiglia, mi occupo della commercializzazione, del marketing, della comunicazione e dell’accoglienza. Il nostro casolare di famiglia è stato ristrutturato con quattro camere, per consentire agli ospiti di immergersi nella bella campagna che ci circonda. Mio fratello è l’enologo dell’azienda ed è incaricato della parte produttiva. Attualmente contiamo su 30 ettari vitati, distribuiti in 6 comuni della provincia di Chieti, tra il Mar Adriatico e la Maiella. Produciamo Montepulciano, Trebbiano e altri autoctoni. Pratichiamo un’agricoltura biologica in vigna e fermentazioni spontanee in cantina. I nostri vini da vitigni locali girano l’Italia e il mondo». Il suo sogno è di vedere finalmente l’Abruzzo, una regione ancora sottovalutata, nella mappa globale del vino.

È lo stesso sogno di Elena Fucci in Basilicata, una donna determinata e perfezionista, rapita dalla saggezza contadina e dalle sue origini, che la portano a rinunciare a una carriera già scritta da astrofisica. Figlia di due insegnanti, è appena maggiorenne quando, alla fine degli anni ’90, la famiglia si trova a dover prendere una decisione importante: vendere o no i vigneti e quindi la casa in cui Elena era cresciuta. Un momento cruciale per una ragazza che aveva desideri professionali distanti dal vino ma che, allo stesso tempo, non voleva perdere le sue radici. La decisione fu di non vendere e lei si iscrisse alla facoltà di Enologia a Pisa: oggi è una delle donne del vino del Sud più note e premiate dalla critica. Il Titolo è un Aglianico che ricorda i grandi rossi piemontesi. «Ho lanciato il mio unico vino nel 2000 – spiega – seguendo tutto, dall’uva sulla pianta alla produzione, dalla commercializzazione alla promozione. Una scommessa che penso di aver vinto, in primis con me stessa, sfidando ogni preconcetto e dimostrando con il vino ciò che desideravo fare». Elena lavora con il marito che è ingegnere gestionale e cura l’amministrazione dell’azienda. «Produco 30mila bottiglie di un solo Aglianico – conclude – e quando penso al passato non ho alcun rimpianto. Vorrei che la Basilicata e il Vulture fossero più valorizzati. Ma ci arriveremo».

Ci spostiamo in Puglia da Alessandra Quarta. Un approccio, il suo, che non si forma in vigna bensì nella piccola cantina del padre, nell’appartamento di famiglia, in un palazzo del centro storico di Como, dove fa le sue prime esperienze di grandi bottiglie.
Il lavoro del padre la porta in giro per il mondo, tra Stati Uniti, Spagna e Argentina: l’occasione per rientrare in Italia si presenta quando lui decide di abbandonare il ruolo manageriale nella sua azienda, quotata al NASDAQ, per investire nel mondo del vino. Alessandra si laurea alla Bocconi in Economia e Management per arte, cultura e comunicazione e poi si trasferisce a Roma, per una consulenza con l’Unesco. Il vino bussa nuovamente alla sua porta durante un Vinitaly, dove il padre è presente in veste di vignaiolo. Arriva così la decisione di tornare al Sud. Ricorda Alessandra: «Non è stato semplice perché stavo riaprendo un cassetto che era già stato sigillato. Quello della mia famiglia, delle mie radici. Ho scelto di rimanere e non sono mai tornata indietro sulla mia decisione, eppure avevo solamente 23 anni e nessun obbligo a modificare la mia vita. Ma ho sentito un senso del dovere molto profondo, un legame ancestrale». Al lavoro in vigna e in cantina, Alessandra affianca l’attività di accoglienza degli ospiti nelle tre tenute (due in Puglia e una in Irpinia), e i molti viaggi che la portano all’estero a diffondere l’idea di un “Sud che emoziona”.

Scendiamo ancora e arriviamo in Sicilia, più precisamente a Vittoria, dove una giovane Arianna Occhipinti ha deciso di misurarsi con un territorio difficile, il ragusano, dando vita a un progetto agricolo dalle connotazioni quasi umanistiche che, in pochi anni, ha conquistato anche il mercato estero. Nipote di Giusto Occhipinti (altro vigneron di riferimento per l’isola), ha saputo comunicare con grande carisma la filosofia di sostenibilità che la guida nella creazione dei suoi vini, da frappato e nero d’Avola (l’SP68, blend dei due vitigni, è stata forse una delle prime etichette di nuova generazione a rompere i codici anche della comunicazione di settore).

Sempre in Sicilia, a Mazara del Vallo, ci sono le sorelle Annamaria e Clara Sala di Gorghi Tondi. La tenuta sorge all’interno di una riserva naturale protetta dal WWF: i vigneti sono circondati da un mare di orchidee selvatiche, anemoni e margherite di cui per prima fu nonna Dora a innamorarsi. Donna tenace, la domenica portava le nipoti a passeggiare in quello spicchio di Sicilia che si trasformava, ora dopo ora, in paesaggi fiabeschi dai colori vivaci. Nel 2005, a soli 24 anni, Annamaria entra in azienda e, due anni dopo la raggiunge Clara. Due ragazze amanti del colore, della moda, del bello, elementi che hanno saputo trasferire in bottiglia, curando in maniera maniacale ogni singolo dettaglio. Annamaria si occupa della promozione del vino, Clara della parte amministrativa. Una partenza in salita per portare avanti la coltivazione delle uve con l’amore che proprio la nonna aveva insegnato loro, un sentimento vero per la difesa di un patrimonio vitivinicolo singolare. Impiegare energia pulita, escludendo ogni pratica nociva per la tutela della biodiversità. Annamaria ricorda: «Quando apriamo una bottiglia di Grillodoro, figlio di una vendemmia tardiva e di una muffa nobile, torniamo indietro nel tempo. Accanto a noi vediamo nostra nonna Dora. Io e mia sorella abbiamo subito sentito il dovere di portare avanti questo progetto affidandoci ai migliori consulenti, per continuare a creare grandi vini, valorizzando il grillo, e non solo. I nostri terreni si trovano in media a 25 metri sul livello del mare, fertili e integralmente irrigui, palesemente vocati a produrre grandi bottiglie. In Gorghi Tondi non ci limitiamo a coltivare la terra, la preserviamo».

Risalendo la costa occidentale della Sicilia arriviamo da Giovanna Caruso, a Marsala, luogo storicamente vocato alla produzione di vini fortificati. La famiglia Caruso, dalla fine del diciannovesimo secolo, ricerca la combinazione ideale tra terra, clima e uva. Giovanna rappresenta la nuova generazione con la sorella Rosanna, altra giovanissima, ingegnere gestionale e anima organizzativa della cantina. Il padre Stefano e il nonno Nino hanno creduto nella potenzialità del Marsalese e per Giovanna raccogliere il loro testimone è stato un esercizio piuttosto naturale. Laureata in Giurisprudenza, ha abbandonato la carriera forense, una scelta ponderata, generata dal ricordo d’infanzia legato alla vendemmia – un momento di festa. Quando il papà decise di completare il ciclo produttivo con la costruzione di una cantina, Giovanna cominciò a riflettere sul suo futuro: «Mi resi conto improvvisamente che i miei interessi di adolescente e universitaria mi avevano allontanato dalla campagna e alla fine del mio percorso di studi ho compreso che fissare lo sguardo indietro poteva essere il modo migliore per guardare avanti. Ho detto ai miei che non avrei fatto l’ avvocato ma che avrei desiderato formarmi come imprenditrice di vino. Da allora non ho mai avuto alcun dubbio. Il nostro settore, per decenni roccaforte maschile, a ragione si sta popolando di figure femminili. La nostra influenza ne ha mutato anche i codici di comunicazione: la bottiglia è sempre più contenitore oltre che contenuto. È etichetta, packaging, colore e anche arte». Sono cambiate le strategie di vendita e Giovanna ha affinato i rapporti commerciali dedicandosi all’espansione all’estero, viaggiando moltissimo, accogliendo la sfida del mercato globalizzato. Oggi l’azienda si esprime anche con il progetto bio “Naturalmente”, che affianca con successo il corso tradizionale di famiglia.

Tanti passaggi di testimone, in queste pagine, l’ultimo dei quali tra madre e figlia. Torniamo in Abruzzo, dove Miriam Lee Masciarelli, figlia di Marina Cvetic e di Gianni Masciarelli, ha curato il restyling del vino forse più rappresentativo del lavoro in azienda: il Montepulciano d’Abruzzo Villa Gemma, a partire dall’annata 2012. Miriam ha scelto di ripristinare l’uso di acciaio per la fermentazione e macerazione delle uve, selezionate sempre manualmente dal cru di Cave a San Martino sulla Marrucina (Chieti), con invecchiamento in barrique e un affinamento in bottiglia di circa cinque anni. A fianco del padre fin da bambina, aveva seguito da vicino tutte le attività aziendali, fra cui la coltivazione e trasformazione delle uve, accrescendo il suo bagaglio di conoscenze enologiche. Venuto a mancare Gianni gli era subentrata come amministratore e, forte di successive, importanti esperienze formative all’estero, si occupa oggi anche della comunicazione e degli eventi internazionali del marchio in qualità di brand Ambassador. Nel mentre, la madre ha portato l’azienda a espandere e a diversificare le attività imprenditoriali, a partire dal caso felice di Castello di Semivicoli. Oggi lavorano fianco a fianco.

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Foto di apertura: Giovanna Caruso, Ph. Denny De Marco.

 

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